Lug 20, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

I Templari americani

Era l’alba del 1300 quando un nobile gallese, forse un principe, partì verso l’ignoto con il fine di allargare i propri domini. La sua flotta composta da una decina di navi scomparvero nel nulla, o così credettero i loro contemporanei, quando il nobile e la sua armata navale non fecero più ritorno.

Una leggenda afferma, invece,  che essi sbarcarono in qualche punto del Nord America o, secondo altre fonti nel Sud America. Questo fatto potrebbe avere qualche fondo di verità, poiché alcune tribù indiane del sud degli Stati Uniti, hanno tratti somatici simili agli europei; ciò venne documentato dall’ “abile  pennello” del pittore George Catlin, che attraversò nell’Ottocento i territori indiani della “Grande Pianura” immortalando i volti di questo fiero e antico popolo.

 Catlin affermò che se si ammette l’arrivo dei bianchi in questi posti, essi di sicuro penetrarono attraverso il Missisipi, ma con il passare del tempo e nonostante la loro strenua resistenza, siano stati soprafatti dagli indiani e gli unici superstiti furono coloro che si integrarono con gli autoctoni, tramite unioni matrimoniali.

Se il principe gallese partì in cerca di gloria altri uomini, nello stesso periodo, partirono per mare, con la speranza di sfuggire alla nera ala della morte, essi erano i Cavalieri del Tempio.

Era il 13 ottobre del 1307 quando Filippo IV, detto il bello, emise un mandato di cattura contro tutti i templari che si trovavano sul suolo francese.

Erano in quindicimila circa i cavalieri Templari che trovavano  in Francia in quel momento e furono arrestati e i beni dell’Ordine confiscati.

Quel 13 ottobre cadeva di venerdì e da allora che si cominciò a considerare infausta quella data. Appena emesso l’ordine di cattura, alcuni templari presero il mare, dal porto de la Rochelle, e solo coloro che riuscirono a imbarcarsi nella confusione seguita agli arresti poté salvarsi. 

Alcune fonti non confermate, sostengono che tra i tanti tesori posseduti dai templari vi fossero anche mappe antiche e misteriose, avute da società segrete orientali con i quali erano entrati in contatto; in queste mappe vi erano indicate le vie verso nuove terre forse le Americhe.

I bianchi, quindi, che giunsero negli Stati Uniti non furono gli uomini del Galles bensì i templari.

Giu 10, 2009 - Miti&Leggende    1 Comment

Betrice cenci

Tra il 1500 e il 1600 la nostra bella penisola era divisa  in tanti stati su cui dominava direttamente e indirettamente l’egemonico impero spagnolo, questo status vivendi si protrasse fino al 1713, quando, con la pace di Utrecht, si pose fine all’ingombrante giogo iberico. 

I sovrani spagnoli, dall’ imperatore Carlo V in poi,   avevano ordito una fitta rete di connivenze, di ricatti, di interessi e protezioni tali da legare a se tutti questo mosaico di stati che componevano l’Italia rinascimentale.

La Spagna governava direttamente i seguenti stati, chiamati anche Vicereami o colonie: il Viceregno di Sardegna, il Viceregno di Napoli, il Viceregno delle due Sicilie,  il Viceregno di Milano o Milanesado.

L’impero ibero influenzava indirettamente la Repubblica di Venezia, in quanto essendo esposta ad incursioni turche, doveva intrattenere buoni rapporti con la Spagna, che rappresentava l’ultimo baluardo cristiano contro gli infedeli.

Il ducato di Savoia era controllato dal vicereame di Milano, mentre Genova rappresentava lo sbocco sul mare del vicereame, inoltre i banchieri genovesi erano legati ai sovrani spagnoli, in quanto loro creditori e finanziatori. I duchi di Toscana soggiacevano all’influenza degli Stati dei Presidi.

Lo stato pontificio si dibatteva contro eresie interne ed esterne come la minaccia turca e i protestanti, così diventava importante per il Pontefice non inimicarsi un si forte appoggio.

Il Ducato di Parma, retto dai Farnese, il Ducato di Modena e Reggio governato dagli Estensi, il Ducato di Mantova e del Monferrato retto dai Gonzaga  non possedevano la forza tale da poter contrastare la sottomissione spagnola.

I sovrani iberici stabilirono, così, un certo equilibrio di forze nel nostro paese tale da creare una “Pax Hispanica” , durante la quale molti loschi figuri ne approfittarono per arrivare a ricoprire cariche istituzionali e di potere, diventando di facto, “eminenze grigie” di molti stati. La figura più emblematica di questo stato di cose fu il ambiguo aristocratico di Valenza, don Francisco de Sandoval y Rojas, marchese di Denia, il quale si sostituì in tutto e per tutto Filippo III di Spagna; mettendo i suoi parenti in posti di potere, arrivando così, a governare l’immenso impero iberico.

La storia

        All’epoca dei fatti che ci accingiamo a narrare, sul soglio pontificio sedeva Clemente VIII, al secolo Ippolito Aldobrandini, Papa molto rigoroso e dedito alla preghiera, che però non disdegnava il lusso e il nepotismo.

In Spagna si chiudeva l’epoca di Filippo II, un sovrano molto equo e giusto, si apriva l’epoca di Filippo III un uomo molto debole e facilmente influenzabile da loschi figuri come il succitato marchese di Denia. Il viceré di Napoli, sotto la cui giurisdizione vi era anche il nostro Abruzzo,  era il duca di  Olivares, personaggio molto infido e crudele, la cui amministrazione fu un epoca da dimenticare. Egli lasciò l’Italia nel luglio del 1599 e gli subentrò Ferdinando Ruiz de Castro conte di Lemos.

In questa particolare situazione politico sociale che si consuma una tragedia a tinte fosche. Siamo negli ultimi anni del 1598, quando il barone Francesco Cenci, l’ultimo esponente di una nobile e ricca casata romana, muore nella sua Rocca di Petrella Salto tra L’Aquila e Rieti.

La famiglia Cenci si era conquistata ricchezza, onore e fama nel medioevo e nel Rinascimento era diventato una delle più ricche ed influenti famiglia della Roma papalina.

Il barone Francesco Cenci nacque a Roma nel 1549 e quando suo padre morì ereditò un immensa fortuna da fare invidia al Papa stesso. Francesco si sposò con Ersilia Santacroce dalla quale ebbe diversi figli Antonia, Beatrice, Giacomo, Cristoforo, Rocco, Bernardo e Paolo.

Francesco era un uomo violento e rissoso, oltre che parsimonioso e spilorcio; egli trattava i figli molto severamente e li faceva vivere in uno stato di indigenza, facendogli mancare anche il necessario. Alla morte della moglie spedì le sue due figlie in convento presso il monastero di Santa Croce in Montecitorio. Giacomo, Cristoforo  e Rocco, stufi della loro situazione, iniziarono a contrarre debiti  e a sottrarre denaro e gioielli al loro padre padrone.

Nel 1598 Francesco fu arrestato in seguito ad un accusa di abusi sessuali, fu costretto a pagare una forte ammenda per essere scarcerato  e scagionato dalla terribile ed infamante imputazione.

In questa torbida   situazione i figli maschi più grandi, cioè Giacomo, Cristoforo e Rocco, si rivolsero al Papa Clemente VIII  per cercare una soluzione al problema; il Santo Padre, allora,  concesse loro alcune terre del padre Francesco e diede ad Antonia il  permesso di sposarsi, così da toglierla alla nefasta influenza del padre.

Francesco fu più volte coinvolto in risse con cortigiane ed altri biechi individui e al colmo dei sua vita viziosa e sregolata, accusò i figli di volerlo ammazzare, ma l’ infamate accusa risultò priva di fondamento.

Risposato con Lucrezia Petroni, detestato dal Papa, che non vedeva l’ora di mettere le mani sul cospicuo patrimonio dei Cenci, Francesco affidò i due figli più piccoli, Bernardo e Paolo, ai preti e partì per Petrella  Salto, feudo dei Colonna, con Lucrezia e Beatrice, che parcheggiate al secondo piano della lugubre rocca, vissero, per un po’ di tempo, come recluse.

 

Il delitto

Francesco, “nascondendo” la figlia, voleva evitare che qualche pretendente la sposasse e quindi egli sarebbe stato costretto a versare un’eventuale dote.

Purtroppo, nonostante i subdoli tentativi del padre di tenerla fuori dal mondo, la nostra riuscì a scrivere delle lettere a suo fratello Giacomo e ad alcuni parenti, nelle quali si denunciava le violenze e sevizie a cui dovevano sottostare lei e la matrigna. Quando il rude signore della castello scoprì questa corrispondenza epistolare picchiò la figlia fino a quasi ammazzala.

Beatrice non demorse e così messosi d’accordo con il precedente proprietario Olimpio Galvetti, forse suo amante, in combutta  con un certo Marzio Catalano, il 9 settembre del 1598 uccisero Francesco. Olimpio e Marzio, prima lo immobilizzarono e dopo lo uccisero a colpi di martello, in fine presero il corpo di Francesco, lo buttarono dalle scale di legno della rocca. Una volta tumulato il corpo del defunto barone, la figlia, la moglie e i due sicari partirono alla volta di Roma.

 

Il tragico epilogo

Alcuni mesi dopo il commissario del vicereame di Napoli, Carlo Ticone, fece riesumare il corpo e così scoprì la crudele verità. Il caso passò così nelle mani del pontefice che, attraverso torture e confessioni vari, risalì ai mandati del efferato delitto. Olimpio fuggì vai da Roma ma la sua fuga finì tragicamente per mano ignota; furono così ritenuti colpevoli del delitto Beatrice, Giacomo, Bernardo e Lucrezia, la vera e sola mandante del delitto. Nonostante  l’appassionata requisitoria del giureconsulto Prospero Farinacci, e l’accusa di violenza sessuale perpetrata ai danni della figlia, il tribunale pontificio nella persona del Papa diede una condanna esemplare, che doveva servire da monito per i figli di alcune famiglie influenti, affinché, questi omicidi non diventassero tragica consuetudini, giacché, essi non erano obsoleti.

Clemente VIII odiava i Cenci e non gli parve vero di poterli finalmente distruggere, così privo tutti i membri delle famiglia del titolo, confiscò i loro beni, compreso i gioielli e il quadro raffigurante Beatrice, attribuito, secondo alcuni a Guido Reni, secondo altri a suo zio; alla fine vendette tutto alla famiglia Borghese che acquistò anche questo dipinto.

 

La brutale esecuzione

L’11 settembre, data fatidica ed evocativa,  del 1599 appena ventiduenne, Beatrice fu portata sopra Ponte Sant’Angelo a Roma, davanti a Castel Sant’Angelo, al di qua del Tevere, e fu decapitata, Lucrezia subì la stessa sorte, invece  Giacomo fu squartato, Bernardo, in considerazione della sua giovane età fu condannato al carcere a vita, ma prima dovette assistere alla esecuzione dei suoi parenti e la cosa lo sconvolse a  tal punto da renderlo pazzo; così fu internato in un manicomio dove morì senza essere seppellito.

Il corpo della baronessa Beatrice Cenci fu raccolto dai frati cappuccini che, insieme a una folla commossa, venne portata in processione fino alla chiesa di San Pietro in Montorio, dove fu seppellita sotto l’altere maggiore, tutta ornata di rose con il capo poggiato su un piatto d’argento, come omaggio ad una vittima della sopraffazione dei potenti.

Questo è il triste epilogo della storia di una giovane nobildonna, martire inconsapevole di una giustizia spettacolare  di un’epoca crudele e violenta e nonostante, il potente di turno, ne uccise le spoglie mortali,  il suo mito dura ancora oggi, riproposto da autori come Sthendhal, Shelley e Guerrazzi, solo per citarne alcuni.

Il mito

Molte sono le leggende che aleggiano intorno alla crudele e prematura fine di Beatrice, la più famosa è quella nella quale si narra che il suo fantasma apparirebbe la sera dell’11 settembre di ogni anno sugli spalti della  Rocca di Petrella Salto.

Si dice anche che lo spettro della defunta passeggerebbe, anche, sugli spalti di Castel Sant’Angelo  all’imbrunire. Molti asseriscono di aver visto una giovane donna, vestita con abiti di foggia antica, camminare mestamente sui luoghi dove i Cenci furono giustiziati, essa ha la testa ed preceduta da un leggero venticello che ne annuncia la presenza.

Molti sostengono che il fantasma della nobildonna è costretto vagare per  Villa Borghese poiché essa non può allontanare più di 200 metri  da dove è  custodito il quadro che la ritrae. La tela, infatti, è una sorta di alter ego del fantasma stesso, nel quale essa ha la necessità di trasferirsi per poter adempiere alla sua ultima missione, quella di trovare il corpo del suo fratellino e seppellirlo in un luogo consacrato, per poter trovare, finalmente, la pace eterna.

 Nel comune di Cappadocia vi è la Grotta di Beatrice Cenci, un suggestivo antro nel quale pare si odano strani lamenti e sommessi pianti, in ogni caso, non bisogna dimenticare che le grotte posso creare  illusioni uditive

Giu 10, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

Il Graal

Alla morte di Erode, Israele, fu divisa in un mosaico di staterelli, che solo nel 6 d. C. divennero Provincia romana, con tutti gli onori e oneri che ciò compor-tava. Gli ebrei insofferenti all’allora stato di cose, insorsero, dapprima con picco-le sommosse culminati, poi, in vere e proprie rivolte. Mentre la Galilea bruciava, Roma, inviò un poderoso esercito per domare questi fuochi atti a spezzare il giogo degli invasori; paese dopo paese, città dopo città la zona settentrionale della Gali-lea si arrese e l’esercito giunse fino alle mura di Gerusalemme dove, forse corrotto dagli insorti, esso si fermò. Nonostante queste vittorie, gli ebrei continuarono a lottare e così nel 66 d. C. il generale Vespasiano, futuro imperatore, fu incaricato di riportare la pace nella provincia. Era il 68 quando le truppe del futuro imperato-re si fermarono a causa della morte dell’imperatore Nerone e tornarono a Roma. Nei diciotto mesi di tregua, gli ebrei non riuscirono a riorganizzare una resistenza duratura e così mentre Vespasiano fu incoronato imperatore suo figlio Tito partiva alla volta di Gerusalemme per riconquistarla. L’assedio fu lungo e sanguinoso ma alla fine i romani ebbero ragione degli assediati e così entrarono trionfalmente in città dove si abbandonarono a ogni genere di violenza. Molti furono crocifissi sul-le mura della città, le strade pullulavano di cadaveri appesi alle croci, il tempio fu profanato, derubato bruciato e infine raso al suolo, sulla cui terra fu buttato il sale. Alcuni gruppi di persone appartenenti alla casta degli Zeloti si arroccarono nell’antica fortezza di Masada, essi resistettero per lungo tempo, finché, come nar-ra una leggenda, una ragazza si innamorò di un soldato; essa, per amore, rivelò all’uomo dove erano i pozzi che alimentavano la città, i romani, allora, chiusero i pozzi e gli assediati furono costretti a arrendersi, ma per non subire l’onta della sconfitta si uccisero tutti. I romani penetrarono nella cittadella e trovarono solo tanti cadaveri sparsi per la città. Dopo aver domato la rivolta Tito fece erigere delle mura intorno al monte Golgotha e vi mise della terra intorno, quindi, lo fece spianare fino a trasformarlo in un pianoro, che conteneva al suo interno il Sepolcro con le spoglie mortali del Cristo. Non contento di ciò proibì il culto del cristianesimo e gli ebrei furono co-stretti a disperdersi per i quattro angoli del mondo. Furono anni difficile per i cristiani e le loro tradizioni, queste infatti, furono affidate a sette segrete con a capo un vescovo di nome Marco. Con l’avvento di Costantino sul trono, le cose cambiarono radicalmente; i cristiani uscirono dalla clandestinità e quando nel 314 divenne signore anche delle terre d’oriente, lui e sua madre Elena, rimasero affascinate dalle leggende che a-leggiavano intorno al Santo Sepolcro. Così in breve tempo si iniziarono gli scavi per riportare alla luce questi tesori; si narra, che durante questi lavori, Elena aves-se trovato un oggetto, forse una coppa, dove si raccolse il Sangue di Gesù. A questo punto la storia del Graal si fa sempre più confusa e lacunosa; se-condo alcune fonti esso finì in Bretannia, dopo che Roma fu depredata dai Visigo-ti nel 400 d. C. e pare che questa reliquia giaccia in fondo a un pozzo a pochi passi dalla presunta tomba di un nobile cavaliere, forse re Artù. Altre testimonianza parlano di un imperatore bizantino che nel I secolo d. C., dopo aver sottratto ai persiani alcune reliquie, forse anche il Santo Calice, esse siano state portate a Costantinopoli. Alcune leggende affermano che a Costantinopoli vi fossero confluite tantis-sime reliquie sacre tra cui la Sindone, i Chiodi con cui Gesù fu crocifisso, alcune spine della Corona, di cui una oggi è a Vasto e naturalmente il Graal, che pare contenesse la Sindone medesima. Sembra che questi due oggetti abbiano seguito lo stesso cammino, ma que-ste sono solo supposizione; comunque il Santo Sudario, nel 1204, durante il sacco di Costantinopoli, da parte dei Templari, era qui e fu portata poi a Lirey in Francia da qui a Torino. Alcuni affermano che la Coppa si troverebbe sepolta al centro della chiesa piemontese della “Gran Madre”; altre tesi, infine, sostengono che essa si trovi in una chiesa francese del paesino di Rennes Le Chateau.

Giu 10, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

Il mistero del Graal

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E’ notorio che la figura di Babbo Natale  è stata  modellata su quella di San Nicola, il Vescovo di Myra, e molti dei tratti caratteristici del Benedetto sono uguali a quelli di questa irreale figura natalizia.

San Nicola, nel suo lungo peregrinare, si spostava a dorso del suo fedele asinello, Sante Clause fa trainare la sua slitta da ben otto renne.

Il Beato distribuiva doni anonimamente, facendoli passare dalla finestra o dal camino,  probabilmente per la sua propensione a elargire regalie denaro a più bisognoso Nicola, fu definito, come “il Santo dell’Abbondanza” e questo tratto della sua personalità lo accomuna a Papà Natale, che come Lui, dona i suoi regali ai bambini, bisognosi e non, calandoglieli attraverso il comignolo.

Si narrano molte leggende relative alla larghezza di mezzi di san Nicola e si ipotizza anche che egli fosse il possessore del Santo Graal o che addirittura egli fosse il Graal stesso, poiché non conosciamo la reale forma del oggetto in questione tutte le ipotesi possono essere giuste.

In alcune fiabe si narra che il Santo Graal fu donato a Nicola da Gesù stesso sottoforma di bambino e forse questa fu una delle ragioni per cui le sue spoglie mortali furono all’origine di dispute accese tra molti potenti, tra cui anche il Papa, che allestì una spedizione per ritrovarle in una misera chiesetta sconsacrata nella terra degli infedeli.

La leggenda

Si racconta che tanti e tanti secoli fa in una delle tante città del mondo allora conosciuto, vivesse un nobile, che a causa di speculazioni sballate avesse perso tutti i suoi averi. Quest’uomo aveva anche tre figlie da marito, ma dato che non aveva niente non le poteva neanche maritare, e così queste erano destinate a diventare donne di malaffare. Questa famigliola, era, comunque, molto religiosa e pia e non passava giorno che essi non pregassero San Nicola. Il beato, commosso da  tanta fedeltà nei suoi confronti, decise di intervenire e lo fece alla sua maniera: per due notti di seguito il Santo butto delle monete d’oro attraverso la finestra della casa del pover’uomo; ma la terza sera Nicola, trovò le finestre sbarrate; così salito sul tetto butto le monete attraverso in cammino e queste finirono nelle calze delle giovani donne, appese lì ad asciugarsi. Infine le ragazze poterono sposarsi e il Santo diventò protettore, anche delle ragazze da marito.

 Se ammettiamo che il Santo di Bari e Pollutri aveva il Graal o Egli fosse il Graal, questo in che cosa consisteva e quali erano i suoi prodigi?

In origine, secondo alcune versioni, il Graal, era la pietra, uno smeraldo, più preziosa e lucente del diadema di Lucifero, l’Angelo più bello del Creato. Esso cadde sulla Terra quando questi ingaggio battaglia con gli Angeli e fu raccolto dagli uomini che lo usarono per fini non sempre nobili.

Altre versioni sostengono che quando Seth, il figlio di Adamo ed Eva, cercò di salvare suo padre da una letale malattia, tornando nell’Eden, egli non trovò nessuna cura specifica per lui, ma una cura per tutti i mali del mondo, insieme a una promessa che Dio non avrebbe mai abbandonato il genere umano e pare che questo fosse il Graal.

Questo sacro oggetto smette di essere qualcosa di metafisico per entrare nella realtà percepibile, quando Giuseppe D’Arimatea, un ricco ebreo forse parente di Gesù, raccoglie il Sangue del Cristo proprio nella coppa che poi verrà definita Santo Graal.

Dopo la crocifissione, il corpo di Gesù , fu dato in consegna a Giuseppe D’Arimtea e gli fu dato anche la coppa dell’Ultima Cena, con la quale il maestro celebrò questo rito. L’ebreo lavò il Corpo del Defunto, ma mentre faceva questo dalle ferite uscì del sangue che Giuseppe raccolse nella coppa, quindi il Corpo fu avvolto in un sudario e fu messo nel sepolcro, ove dopo tre giorni Resuscitò.

Dopo la Resurrezione Giuseppe fu imprigionate dai romani con l’accusa di sottrazione di cadavere e privato del cibo, fu lasciato languire in un umida cella, dove un giorno gli apparve Gesù risorto ammantato di luce che gli consegnò la coppa rivelandone, anche le virtù della medesima; Giuseppe fu tenuto in vita grazie a una colomba che portava tutti i giorni un’ostia nella coppa.

Giu 10, 2009 - Misteri    No Comments

La Coppa Magica

Era il 70 d. C. quando Giuseppe D’Arimatea fu scarcerato, insieme a sua sorella e a suo cognato Bros. Questi scelsero, per causa di forza maggiore, l’esilio e partirono su una nave che li portò oltreoceano , verso un’isola sconosciuta dove, perpetrarono le loro tradizioni. Qui costruirono una tavola come quella usata per l’Ultima Cena dove presero posto dodici commensali, mentre il tredicesimo fu lasciato vuoto, perché era quello che avrebbe dovuto essere occupato da Gesù o da Guida. Se questa sedia veniva inavvertitamente occupata essa eliminava all’istante il commensale, per questo esso ebbe il nome di “Seggio Periglioso” e la tavola fu chiamata “Prima Tavola del Graal”.

Passarono alcuni anni in questa terra sconosciuta e Giuseppe sentì il bisogno e  la voglia di andare via e durante uno dei suoi tanti peregrinaggi per le vie del mondo, si fermò in Bretagna precisamente a Glastonbury, dove fondò la prima comunità cristiana che doveva soppiantare l’antica religione dei Druidi. Il primo tempio cristiano, qui fondato fu dedicato alla Madonna o, secondo alcune versioni  a Maria Maddalena e in questo luogo che rimase il Graal che veniva utilizzato durante la funzione religiosa.

Alla morte di Giuseppe il Graal fu custodito da suo cognato che grazie alla coppa riuscì a sfamare tutti i suoi seguaci. Dopo Bron il Graal passò nelle mani di un nuovo custode che conservò la sacra reliquia in un castello sulla Montagna della Salvezza di cui ignoriamo l’ubicazione. Nacque in quegli anni anche un ordine cavalleresco che, venne denominato come l’Ordine  dei Cavalieri del Graal, con il compito di proteggere questa coppa; essi si nutrivano delle ostie che la reliquia dispensava e il loro capo e custode  del divino recipiente ricopriva la carica di Re Sacerdote.

Uno di questi custodi fu ferito, secondo alcune versioni, dalla lancia di Longino e divenne sterile come la terra nella quale era ubicato il castello che custodiva la divina coppa.

Molti hanno visto un parallelo tra il Re Ferito, come venne denominato da allora in poi il custode del Graal, e la figura di San Rocco che in molte immagini viene raffigurato con una ferita alla  gamba.

Il Re Ferito trovava sollievo solo pescando e così fu definito anche come Re Pescatore ed egli sarebbe stato salvato da una domanda ben precisa fatta da un cavaliere puro di cuore; da qui che inizia la saga di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda di cui parleremo in seguito.

Tornando alla lancia di  Longino, essa è l’arma con cui il centurione romano trafisse il costato di Gesù crocifisso, pare che  avesse, come il Graal, delle doti magiche molto forti, perciò fu custodita insieme ad altre reliquie come: ad una spada e al piatto che resse la testa di Giovanni Battista, all’interno del castello del  Monte della Salvezza.

Questi quattro oggetti magici hanno influenzato la nostra cultura italiano poiché sono riprodotti nei semi delle carte da gioco.

Questa tradizione degli oggetti magici ha radici molto antiche e profonde presenti in culture millenarie come quelle asiatiche nelle quali si raccontano leggende secondo cui degli angeli sarebbero scesi dal cielo e si sarebbero stabiliti nel deserto dove avrebbero rivelato agli uomini la loro cultura superiore.

Prima di scomparire per sempre questi dei avrebbero lasciato quattro potentissimi talismani in grado di conferire poteri simili ai loro dei: una pietra, una spada, un calderone e una lancia.  Questi oggetti  sono presenti in quasi tutte le tradizioni. La pietra, ad esempio, potrebbe essere quella nera della Ka’ba, la spada potrebbe essere quella nella roccia, la coppa il Graal e la lancia forse quella di Longino.     

Giu 7, 2009 - Senza categoria    No Comments

Majella

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I canoni di bellezza nella Grecia classica si basava su un perfetto equilibrio di leggiadria interiore e fascino estetico. I perfetti lineamenti dei volti, la plasticità dei movimenti, come il discobolo o la venere, che li facevano assomigliare a esseri divini nella loro perfezione.

Ma il sublime  si raggiungeva nella perfetta armonia tra corpo e anima, tra bellezza esteriore e grazia, aristocrazia dei modi e nella perfetta dialettica, non solo della parola ma anche nel portamento.

E’ difficile oggi ravvedere un benché minimo canone di tale elevazione se non raramente e in persone uniche che fanno apparire migliore l’umana specie e quando le si incontra non le si riconosce perché il nostro occhio è troppo abituato alla normalità, alla banalità e ovvietà che fa fatica a distinguere il sublime!!

“Per ogni istante d’incanto, noi paghiamo un angoscia infinita

una misura esatta e trepidante, proporzionata all’incanto.

Per ogni ora di diletto, compensi amari d’anni

Centesimi strappati con dolore, scrigni pieni di lacrime”

Emily Dickinson

 

“… Così l’Usignolo si strinse più forte contro la spina, e la spina gli toccò il cuore, e una acuta fitta di sofferenza lo percorse. Amaro, amaro era il dolore…

E la rosa meravigliosa si fece cremisi era la corona dei petali, e cremisi come un rubino era il cuore”

Oscar  Wilde dall’Usignolo e la Rosa

 

L’assordante silenzio che odo intorno a me mi scoppia nella mente e nel cuore lacerandomeli!

E’ come un enorme, immenso, grande, vasto, buio, vacuo vuoto che avvolge l’anima, come una profonda nemesi che fagocita tutto lasciando dietro di se… il nulla triste ed assoluto!

E’ come essere in una stanza vuota e fosca donde la dimensione dello spazio e del tempo sono dilatate all’infinito dalla smisurata amarezza per il nulla che accompagnano spesso le nostre esistenze!!   

Vorrei narrare, raccontare, parlare di luoghi lontani e bui di albe mai viste, di tramonti purpurei mai sognati, di vite mai vissute ma immaginate, di saperi non conosciuti, di misteri non svelati di sogni mai sognati … per ogni pulsazione del mio cuore, per ogni battito di ali di una farfalla il mio pensiero correva lontano come una crisalide che esce dal suo baco e corre etereo e leggiadra verso…te!

Vorrei che questi miei sogni potessero diventare realtà, vorrei che le onde del destino avverso non spazzassero via, con la loro furia devastatrice, le mie visioni oniriche della realtà non ontologica!!

Vorrei che ogni cosa, come per incanto, rinascesse, dalle sue ceneri come l’ “araba fenicia” rinasce dalle sue spoglie mortali!!

Vorrei che Eos, l’alba, smettesse di versare sulla Terra le sue calde lacrime che diventano leggere come polvere di stelle e che mi lacerano il cuore lasciando dei segni vermigli di tristezza infinita!! 

Vorrei che l’Alba non facesse più evaporare quelle meravigliose gocce di rugiada che si posano lievi su un filo d’erba e che i primi raggi del sole nascente li feriscono come mille saette e che nel colpirle disegnano nell’aria inquieta del mattino di primavera meravigliose geometrie di luce, sospese a mezz’aria come quelle illusioni che la leggera brezza mattutina fa svanire, come il dolce mormorio di un ruscello che scende  giù dai  fianchi della dolce madre Majella!

 

Giu 7, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

Il barone Corvo

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Roccascalegna è un piccolo comune dell’Abruzzo, situato in una conca, a metà strada tra il mare  Adriatico e il Massiccio del Gran Sasso.

I primi a colonizzare questo angolo d’Abruzzo furono i longobardi, che scelsero Roccascalegna come loro avamposto. Poi fu la volta di alcuni discendenti di un soldato di ventura germanico, a cui fu donato il feudo per i servigi resi, i quali costruirono un imponente mastio; ma nel 1428 un indegno successore del valoroso soldato perse il titolo ed il feudo, che fu acquistato dai Carafa di Napoli, i che, a loro volta, persero il feudo che fu acquistato per alcune migliaia di scudi dalla famiglia De Corvis di Sulmona e proprio a un loro discendente che si attribuisce un fatto di sangue accaduto nel castello che segnò per sempre la vita di questo tranquillo e ameno angolo del nostro meridione. 

Si racconta che nella prima metà del 1600 un certo barone De Corvis fu nominato membro del Senato di Napoli, questo incarico stabiliva che coloro che la ricoprivano dovevano necessariamente rimanere a Napoli. Il barone, quindi aveva bisogno di denaro per potersi permettere il soggiorno partenopeo e così impose gabelle e balzelli vari a tutti i suoi suddetti, compresi i poveri abitanti di  Roccascalegna, residenza estiva e feudo del De Corvis.

Il barone era molto tirannico e forse feticista, comunque per vessare ancor di più i suoi vassalli, impose loro di venerare un corvo nero come le tenebre e chi si rifiutava di genuflettersi al cospetto di questa creatura della notte veniva arrestato e buttato in un pozzo, dove vi erano delle spade conficcate nel terreno che dilaniavano i corpi dei poveri sventurati.

A causa di questa sue strane ossessioni, il barone fu ribattezzato dal popolo come Corvo de Corvis, ma il Corvo non pago dei vari soprusi decise di imporre la legge dello

“ Jus Pimae Noctis” , ovvero “il diritto della prima notte” e quindi chi sposava doveva “ricomprare” la propria moglie in base al pagamento di un tassa stabilita dal signore del castello su canoni che  tutt’oggi ignoriamo e coloro che non potevano riscattare la propria sposa…

Appena questa legge divenne operativa il reverendo scomunicò il barone e sobillò la folla a ribellarsi, ma i “bravi” del  signorotto sorpresero il parroco mentre cercava di mettersi in salvo dagli anatemi del nobile, e lo trucidarono proprio ai piedi  del castello.

Oramai il destino del barone era segnato e così un giorno si presentarono dal barone due giovani che volevano sposarsi ma l’uomo non aveva i soldi per ricomprarsi la moglie e così fu costretto accettare di cedere la donna per la prima notte. La donna all’imbrunire, dopo essersi sposata, si recava la castello, le porte si aprirono e la donna vide l’interno del mastio illuminato da miglia di fiaccole che rischiaravano il suo cammino. Arrivata che fu alla camera del barone la donna si coricò, ma mentre il barone quarantacinquenne faceva lo stesso la donna gli spaccò il cuore con un colpo di stiletto. Il de Corvis morente si appoggio la mano sul cuore, nel vano tentativo di fermare il sangue che fuoriusciva copioso dalla ferita, e appoggiò la sua mano insanguinata vicino al suo capezzale, maledicendo la stirpe della sua assassina.

La folla inferocita assaltò il maniero uccidendo il corvo e liberando il paese da un incubo che lo aveva attanagliato per anni.

La leggenda dice che in epoche diverse si sia provato a cancellare la mano di sangue che campeggiava sul capezzale della camera da letto, ma essa riaffiorava più vermiglia e nitida di prima, finché nel 1940, in seguito a un annata particolarmente piovosa, parte del castello è crollato portandosi via anche la camera dove era successo l’omicidio.

Un’altra leggenda narra che, nelle notti di tempesta quando il vento sferza le merlature del mastio e le nubi basse e neri accarezzano la torre, un volo radente di corvi preannuncia il ritorno del barone che passeggia inquieto per le stanze del suo antico maniero, cercando la pace eterna.

Questa è una leggenda e come tale i personaggi non sono realmente esistiti, ma il de Corvis rappresenta l’incarnazione della perfidia e cattiveria con cui il potere ha dominato e continua a dominare le genti di tutti i tempi e luoghi della Terra.

Ott 16, 2008 - Senza categoria    No Comments

i colori dell’autunno


il cielo dell’autunno ha dei colori particolari come le foglie degli alberi

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