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Dic 26, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

Le Fave di San Nicola

Il culto di San Nicola è arrivato in Abruzzo attraverso il tratturo L’Aquila – Foggia.

Egli è patrono di Pollutri, graziosa cittadina abruzzese sita non lontano da Vasto. Il suo territorio è attraversato dai fiumi Sinello e Osento, ed è ammantato da magnifici vigneti, uliveti e una volta anche da uno sterminato bosco, che parte viene riportata anche dalle mappe catastali risalenti all’Unità d’Italia. Di esso oggi rimane solo un piccolo pezzetto chiamato “Bosco di don Venanzio” e la “Quercia di San Nicola”, albero sacro dedicato al Santo Patrono di Pollutri.

Si narra che questa immensa selva desse rifugio alle più diparte figure mitologiche e non, comprese fate, streghe, gnomi e naturalmente briganti che vi sotterrarono immensi e favolosi tesori!! 

Si racconta che un principe longobardo voleva fondare una città nel luogo dove avrebbe ritrovato il suo adorato puledro perduto e, a quanto pare, lo ritrovò nel posto in cui oggi sorge Pollutri, da qui forse l’etimo del nome. Secondo altri il suo nome deriva da un tempio dedicato a Polluce, altre fonti parlano di nome di derivazione greca che significa “ molta acqua”.  Esso fu un possedimento dei Caldora, dei Capua ed infine dei D’Avalos.

Come abbiamo detto la venerazione di San Nicola giunge a Pollutri attraverso il tratturo Magno o del Re, grazie anche a una reliquia consistente in una rappresentazione del braccio del Venerabile.  

La leggenda vuole che a Pollutri San Nicola durante una forte carestia che aveva investito questo paese, disponendo solo di poche fave, le moltiplicò all’infinito, riuscendo a sfamare tutti!!

In ricordo di questo miracolo la prima domenica di maggio e il 6 dicembre si celebrano delle cerimonie che commemorano questo fatto prodigioso.

Le donne e quelli del comitato delle feste, dopo la raccolta, attraverso la questua, del frumento con il quale si impasterà il pane di San Nicola, le piccole pagnotte verranno portate al forno dalle donne su lunghe tavole in equilibrio sulla loro testa.

Il 6 dicembre, dopo la funzione religiosa, c’è la processione con il busto del santo; nel pomeriggio, il rintocco della campana della chiesa principale dedicata proprio al santo, il cui suono scongiura le tempeste, si accenderanno le pire sotto sette, o nove , grossi calderoni contenenti le fave e il paiolo che bollirà per primo farà vincere il suo proprietario. Una volta cotte le fave verranno distribuite insieme ai pani che portano l’effige del santo e che verranno consumati per devozione e tradizione, insieme al vino.

Questo rito potrebbe essere un antico retaggio delle feste celebrate in onore del divinità celtica della fertilità Dagda. Secondo alcune leggende egli era il marito di Brigid o di una dea con tre nomi: Menzogna, Astuzia e Disgrazia. Egli possedeva un calderone prodigioso con il quale nutriva tutta la Terra non  solo in senso materiale ma anche in quello spirituale e culturale, per questo era chiamato anche Signore del Grande Sapere. Il suo calderone, secondo alcune leggende, fu, poi, smembrato in 7 coppe più piccole.  

Come si è visto i calderoni sono sette, questo numero, però non è citato a caso poiché esso è … magico per antonomasia, in quanto risulta dall’unione del 3, che rappresenta la molteplicità, e del 4, che rappresenta la globalità.  Questa cifra ha una rilevante importanza, perché è associata alla creazione divina del mondo; Dio, infatti, creò il mondo in sette giorni!! Esso è anche una dimensione spazio-temporale  sacra per antonomasia. 

Il numero sette è associato ai pianeti, ai metalli, ai nani della famosa fiaba di Biancaneve, 47 erano le persone partite alla volta dell’ignoto per salvare le sacre spoglie di San Nicola; gli dei dell’antico Egitto erano divisi in gruppi di sette, gli unguenti sacri erano 7, i nodi magici usati per far passare il mal di capo erano sempre… 7, le anime di Ra erano sette etc.

L’energia del Cosmo è costituita dalla dinamicità del triangolo e la fissità del quadrato, poiché la combinazione di queste due figure geometriche, riportano, sempre, al numero sette. Presso gli ebrei dire “sette volte sette” o l’elevazione a potenza di questa cifra indica un numero infinito di volte.   

Le fave simboleggiano, in alchimia, il sale minerale ed evocano lo zolfo rinchiuso negli elementi.

Questo legume è usato presso alcuni popoli, come dolce tipico dell’Epifania, sostituito, a volte da un piccolo pesce, simbolo, presso le prime comunità cristiane, del divino.

Esse sono il pasto per eccellenza della tradizione contadina, molto costumato durante i lavori nei campi e come buon auspicio per i matrimoni; in quanto rappresentano la prole maschile che verrà; in Italia, infatti, simboleggiano l’organo sessuale maschile.

Gli antichi, usavano questo legume durante le cerimonie funebri, in quanto esse contenevano l’anima dei trapassati.

Le fave appartengono a quei sortilegi definiti “protettori”, in quanto rappresentano la morte e la vita, intesa come prosperità. Durante i riti della Primavera, dedicati alla Magna Mater, esse sono il primo dono di questa divinità, nonché, la prima offerta dei morti ai vivi, oltre che il segno della loro rinascita attraverso la reincarnazione.

In molti riti orfici e pitagorici, si evitava di mangiare fave perché equivaleva a nutrirsi della testa dei propri avi. Mangiare i defunti sottoforma di fave, era come entrare a far parte del ciclo della reincarnazione, nonché sottomettersi agli enormi poteri della materia.

Durante i riti della Primavera, attraverso di esse che ci si metteva in contatto con il mondo invisibile, imperscrutabile, dell’oltretomba.

Presso i greci questi legumi venivano sia mangiati che usati come palline per votare i magistrati.

Nelle società rurali abruzzesi, le fave, erano molto diffuse, in quanto, rappresentava il primo e desiderato raccolto della nuova annata agricola, opportuno per superare l’esaurimento delle derrate alimentari dell’anno precedente e nell’attesa di quelle nuove che non erano ancora pronte. Questo periodo era chiamato la “Costa di Maggio” o di “Giugno”, particolarmente sentito nelle aree rurali di montagna.      

San Nicola è, inoltre, invocato a Pollutri, per far addormentare i bambini affinché, con il suo tocco lieve abbassi loro le palpebre permettendogli come Morfeo, divinità del mondo antico protettore dei sogni, che appariva sottoforma di persona conosciuta al dormiente, un dolce e tranquillo riposo!!

 

Ott 4, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

Le Fate

Le fate sono per antonomasia, l’alter ego delle streghe e rappresentano anche la bontà e la bellezza in contrapposizione alle streghe che sono brutte e malvagie. Esse, per loro natura, evocano scenari bucolici e sentimenti idilliaci; abitatrici di brughiere anglosassoni fanno parte anche della nostra tradizioni in cui non le vediamo solo nella la loro versione dolce e benevola ma in molti casi esse risultano cattive, spietate e soprattutto dispettose!!!

Non sono necessariamente bionde con occhi chiari con carnagione eterea quasi diafana come la luna, ma possono essere anche di capello fulvo o nero corvino; non necessariamente le vediamo ricoperte di veli che danzano sui loro corpi diafani che non toccano terra per quanto riguarda le fate della montagna, o volano sulle onde del mare per quelle marine, ma esse sono simili a molte donne che incrociamo nella nostra vita quotidiana e che magari ci fermano per strada per chiederci un’informazione!!

Ott 4, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

Fantasmi

I fantasmi sono ombre di corpi che si imprimono in determinati luoghi e in certe situazioni della loro vita terminata repentinamente perché spezzata da qualche evento violento che ne ha reciso per sempre il filo della loro vita.

Nell’antichità greca le “Moire”, erano divinità che personificano il destino di ognuno di noi ed erano rappresentate come filatrici, le quali decidevano, ad un certo punto, che era giunto il momento di tagliare il filo dell’esistenza di qualcuno e se questi non aveva terminato lo scopo della propria vita terrena, tornava tra gli uomini sottoforma di fantasma o ectoplasma per portare a temine tale progetto. In alcuni casi egli chiedeva aiuto ai mortali manifestandosi attraverso sogni o comparendogli davanti, oppure facendo sentire la propria presenza con rumori molesti e cupi;da qui le apparizioni che ricorrono in tanti racconti dei nostri avi.

La tradizione vuole che l’anima del defunto, nel momento in cui si distacca dal carpo, sia trasportato nell’aldilà da una carrozza nera come la notte trainata da neri destrieri.

Lug 20, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

I Templari americani

Era l’alba del 1300 quando un nobile gallese, forse un principe, partì verso l’ignoto con il fine di allargare i propri domini. La sua flotta composta da una decina di navi scomparvero nel nulla, o così credettero i loro contemporanei, quando il nobile e la sua armata navale non fecero più ritorno.

Una leggenda afferma, invece,  che essi sbarcarono in qualche punto del Nord America o, secondo altre fonti nel Sud America. Questo fatto potrebbe avere qualche fondo di verità, poiché alcune tribù indiane del sud degli Stati Uniti, hanno tratti somatici simili agli europei; ciò venne documentato dall’ “abile  pennello” del pittore George Catlin, che attraversò nell’Ottocento i territori indiani della “Grande Pianura” immortalando i volti di questo fiero e antico popolo.

 Catlin affermò che se si ammette l’arrivo dei bianchi in questi posti, essi di sicuro penetrarono attraverso il Missisipi, ma con il passare del tempo e nonostante la loro strenua resistenza, siano stati soprafatti dagli indiani e gli unici superstiti furono coloro che si integrarono con gli autoctoni, tramite unioni matrimoniali.

Se il principe gallese partì in cerca di gloria altri uomini, nello stesso periodo, partirono per mare, con la speranza di sfuggire alla nera ala della morte, essi erano i Cavalieri del Tempio.

Era il 13 ottobre del 1307 quando Filippo IV, detto il bello, emise un mandato di cattura contro tutti i templari che si trovavano sul suolo francese.

Erano in quindicimila circa i cavalieri Templari che trovavano  in Francia in quel momento e furono arrestati e i beni dell’Ordine confiscati.

Quel 13 ottobre cadeva di venerdì e da allora che si cominciò a considerare infausta quella data. Appena emesso l’ordine di cattura, alcuni templari presero il mare, dal porto de la Rochelle, e solo coloro che riuscirono a imbarcarsi nella confusione seguita agli arresti poté salvarsi. 

Alcune fonti non confermate, sostengono che tra i tanti tesori posseduti dai templari vi fossero anche mappe antiche e misteriose, avute da società segrete orientali con i quali erano entrati in contatto; in queste mappe vi erano indicate le vie verso nuove terre forse le Americhe.

I bianchi, quindi, che giunsero negli Stati Uniti non furono gli uomini del Galles bensì i templari.

Giu 10, 2009 - Miti&Leggende    1 Comment

Betrice cenci

Tra il 1500 e il 1600 la nostra bella penisola era divisa  in tanti stati su cui dominava direttamente e indirettamente l’egemonico impero spagnolo, questo status vivendi si protrasse fino al 1713, quando, con la pace di Utrecht, si pose fine all’ingombrante giogo iberico. 

I sovrani spagnoli, dall’ imperatore Carlo V in poi,   avevano ordito una fitta rete di connivenze, di ricatti, di interessi e protezioni tali da legare a se tutti questo mosaico di stati che componevano l’Italia rinascimentale.

La Spagna governava direttamente i seguenti stati, chiamati anche Vicereami o colonie: il Viceregno di Sardegna, il Viceregno di Napoli, il Viceregno delle due Sicilie,  il Viceregno di Milano o Milanesado.

L’impero ibero influenzava indirettamente la Repubblica di Venezia, in quanto essendo esposta ad incursioni turche, doveva intrattenere buoni rapporti con la Spagna, che rappresentava l’ultimo baluardo cristiano contro gli infedeli.

Il ducato di Savoia era controllato dal vicereame di Milano, mentre Genova rappresentava lo sbocco sul mare del vicereame, inoltre i banchieri genovesi erano legati ai sovrani spagnoli, in quanto loro creditori e finanziatori. I duchi di Toscana soggiacevano all’influenza degli Stati dei Presidi.

Lo stato pontificio si dibatteva contro eresie interne ed esterne come la minaccia turca e i protestanti, così diventava importante per il Pontefice non inimicarsi un si forte appoggio.

Il Ducato di Parma, retto dai Farnese, il Ducato di Modena e Reggio governato dagli Estensi, il Ducato di Mantova e del Monferrato retto dai Gonzaga  non possedevano la forza tale da poter contrastare la sottomissione spagnola.

I sovrani iberici stabilirono, così, un certo equilibrio di forze nel nostro paese tale da creare una “Pax Hispanica” , durante la quale molti loschi figuri ne approfittarono per arrivare a ricoprire cariche istituzionali e di potere, diventando di facto, “eminenze grigie” di molti stati. La figura più emblematica di questo stato di cose fu il ambiguo aristocratico di Valenza, don Francisco de Sandoval y Rojas, marchese di Denia, il quale si sostituì in tutto e per tutto Filippo III di Spagna; mettendo i suoi parenti in posti di potere, arrivando così, a governare l’immenso impero iberico.

La storia

        All’epoca dei fatti che ci accingiamo a narrare, sul soglio pontificio sedeva Clemente VIII, al secolo Ippolito Aldobrandini, Papa molto rigoroso e dedito alla preghiera, che però non disdegnava il lusso e il nepotismo.

In Spagna si chiudeva l’epoca di Filippo II, un sovrano molto equo e giusto, si apriva l’epoca di Filippo III un uomo molto debole e facilmente influenzabile da loschi figuri come il succitato marchese di Denia. Il viceré di Napoli, sotto la cui giurisdizione vi era anche il nostro Abruzzo,  era il duca di  Olivares, personaggio molto infido e crudele, la cui amministrazione fu un epoca da dimenticare. Egli lasciò l’Italia nel luglio del 1599 e gli subentrò Ferdinando Ruiz de Castro conte di Lemos.

In questa particolare situazione politico sociale che si consuma una tragedia a tinte fosche. Siamo negli ultimi anni del 1598, quando il barone Francesco Cenci, l’ultimo esponente di una nobile e ricca casata romana, muore nella sua Rocca di Petrella Salto tra L’Aquila e Rieti.

La famiglia Cenci si era conquistata ricchezza, onore e fama nel medioevo e nel Rinascimento era diventato una delle più ricche ed influenti famiglia della Roma papalina.

Il barone Francesco Cenci nacque a Roma nel 1549 e quando suo padre morì ereditò un immensa fortuna da fare invidia al Papa stesso. Francesco si sposò con Ersilia Santacroce dalla quale ebbe diversi figli Antonia, Beatrice, Giacomo, Cristoforo, Rocco, Bernardo e Paolo.

Francesco era un uomo violento e rissoso, oltre che parsimonioso e spilorcio; egli trattava i figli molto severamente e li faceva vivere in uno stato di indigenza, facendogli mancare anche il necessario. Alla morte della moglie spedì le sue due figlie in convento presso il monastero di Santa Croce in Montecitorio. Giacomo, Cristoforo  e Rocco, stufi della loro situazione, iniziarono a contrarre debiti  e a sottrarre denaro e gioielli al loro padre padrone.

Nel 1598 Francesco fu arrestato in seguito ad un accusa di abusi sessuali, fu costretto a pagare una forte ammenda per essere scarcerato  e scagionato dalla terribile ed infamante imputazione.

In questa torbida   situazione i figli maschi più grandi, cioè Giacomo, Cristoforo e Rocco, si rivolsero al Papa Clemente VIII  per cercare una soluzione al problema; il Santo Padre, allora,  concesse loro alcune terre del padre Francesco e diede ad Antonia il  permesso di sposarsi, così da toglierla alla nefasta influenza del padre.

Francesco fu più volte coinvolto in risse con cortigiane ed altri biechi individui e al colmo dei sua vita viziosa e sregolata, accusò i figli di volerlo ammazzare, ma l’ infamate accusa risultò priva di fondamento.

Risposato con Lucrezia Petroni, detestato dal Papa, che non vedeva l’ora di mettere le mani sul cospicuo patrimonio dei Cenci, Francesco affidò i due figli più piccoli, Bernardo e Paolo, ai preti e partì per Petrella  Salto, feudo dei Colonna, con Lucrezia e Beatrice, che parcheggiate al secondo piano della lugubre rocca, vissero, per un po’ di tempo, come recluse.

 

Il delitto

Francesco, “nascondendo” la figlia, voleva evitare che qualche pretendente la sposasse e quindi egli sarebbe stato costretto a versare un’eventuale dote.

Purtroppo, nonostante i subdoli tentativi del padre di tenerla fuori dal mondo, la nostra riuscì a scrivere delle lettere a suo fratello Giacomo e ad alcuni parenti, nelle quali si denunciava le violenze e sevizie a cui dovevano sottostare lei e la matrigna. Quando il rude signore della castello scoprì questa corrispondenza epistolare picchiò la figlia fino a quasi ammazzala.

Beatrice non demorse e così messosi d’accordo con il precedente proprietario Olimpio Galvetti, forse suo amante, in combutta  con un certo Marzio Catalano, il 9 settembre del 1598 uccisero Francesco. Olimpio e Marzio, prima lo immobilizzarono e dopo lo uccisero a colpi di martello, in fine presero il corpo di Francesco, lo buttarono dalle scale di legno della rocca. Una volta tumulato il corpo del defunto barone, la figlia, la moglie e i due sicari partirono alla volta di Roma.

 

Il tragico epilogo

Alcuni mesi dopo il commissario del vicereame di Napoli, Carlo Ticone, fece riesumare il corpo e così scoprì la crudele verità. Il caso passò così nelle mani del pontefice che, attraverso torture e confessioni vari, risalì ai mandati del efferato delitto. Olimpio fuggì vai da Roma ma la sua fuga finì tragicamente per mano ignota; furono così ritenuti colpevoli del delitto Beatrice, Giacomo, Bernardo e Lucrezia, la vera e sola mandante del delitto. Nonostante  l’appassionata requisitoria del giureconsulto Prospero Farinacci, e l’accusa di violenza sessuale perpetrata ai danni della figlia, il tribunale pontificio nella persona del Papa diede una condanna esemplare, che doveva servire da monito per i figli di alcune famiglie influenti, affinché, questi omicidi non diventassero tragica consuetudini, giacché, essi non erano obsoleti.

Clemente VIII odiava i Cenci e non gli parve vero di poterli finalmente distruggere, così privo tutti i membri delle famiglia del titolo, confiscò i loro beni, compreso i gioielli e il quadro raffigurante Beatrice, attribuito, secondo alcuni a Guido Reni, secondo altri a suo zio; alla fine vendette tutto alla famiglia Borghese che acquistò anche questo dipinto.

 

La brutale esecuzione

L’11 settembre, data fatidica ed evocativa,  del 1599 appena ventiduenne, Beatrice fu portata sopra Ponte Sant’Angelo a Roma, davanti a Castel Sant’Angelo, al di qua del Tevere, e fu decapitata, Lucrezia subì la stessa sorte, invece  Giacomo fu squartato, Bernardo, in considerazione della sua giovane età fu condannato al carcere a vita, ma prima dovette assistere alla esecuzione dei suoi parenti e la cosa lo sconvolse a  tal punto da renderlo pazzo; così fu internato in un manicomio dove morì senza essere seppellito.

Il corpo della baronessa Beatrice Cenci fu raccolto dai frati cappuccini che, insieme a una folla commossa, venne portata in processione fino alla chiesa di San Pietro in Montorio, dove fu seppellita sotto l’altere maggiore, tutta ornata di rose con il capo poggiato su un piatto d’argento, come omaggio ad una vittima della sopraffazione dei potenti.

Questo è il triste epilogo della storia di una giovane nobildonna, martire inconsapevole di una giustizia spettacolare  di un’epoca crudele e violenta e nonostante, il potente di turno, ne uccise le spoglie mortali,  il suo mito dura ancora oggi, riproposto da autori come Sthendhal, Shelley e Guerrazzi, solo per citarne alcuni.

Il mito

Molte sono le leggende che aleggiano intorno alla crudele e prematura fine di Beatrice, la più famosa è quella nella quale si narra che il suo fantasma apparirebbe la sera dell’11 settembre di ogni anno sugli spalti della  Rocca di Petrella Salto.

Si dice anche che lo spettro della defunta passeggerebbe, anche, sugli spalti di Castel Sant’Angelo  all’imbrunire. Molti asseriscono di aver visto una giovane donna, vestita con abiti di foggia antica, camminare mestamente sui luoghi dove i Cenci furono giustiziati, essa ha la testa ed preceduta da un leggero venticello che ne annuncia la presenza.

Molti sostengono che il fantasma della nobildonna è costretto vagare per  Villa Borghese poiché essa non può allontanare più di 200 metri  da dove è  custodito il quadro che la ritrae. La tela, infatti, è una sorta di alter ego del fantasma stesso, nel quale essa ha la necessità di trasferirsi per poter adempiere alla sua ultima missione, quella di trovare il corpo del suo fratellino e seppellirlo in un luogo consacrato, per poter trovare, finalmente, la pace eterna.

 Nel comune di Cappadocia vi è la Grotta di Beatrice Cenci, un suggestivo antro nel quale pare si odano strani lamenti e sommessi pianti, in ogni caso, non bisogna dimenticare che le grotte posso creare  illusioni uditive

Giu 10, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

Il Graal

Alla morte di Erode, Israele, fu divisa in un mosaico di staterelli, che solo nel 6 d. C. divennero Provincia romana, con tutti gli onori e oneri che ciò compor-tava. Gli ebrei insofferenti all’allora stato di cose, insorsero, dapprima con picco-le sommosse culminati, poi, in vere e proprie rivolte. Mentre la Galilea bruciava, Roma, inviò un poderoso esercito per domare questi fuochi atti a spezzare il giogo degli invasori; paese dopo paese, città dopo città la zona settentrionale della Gali-lea si arrese e l’esercito giunse fino alle mura di Gerusalemme dove, forse corrotto dagli insorti, esso si fermò. Nonostante queste vittorie, gli ebrei continuarono a lottare e così nel 66 d. C. il generale Vespasiano, futuro imperatore, fu incaricato di riportare la pace nella provincia. Era il 68 quando le truppe del futuro imperato-re si fermarono a causa della morte dell’imperatore Nerone e tornarono a Roma. Nei diciotto mesi di tregua, gli ebrei non riuscirono a riorganizzare una resistenza duratura e così mentre Vespasiano fu incoronato imperatore suo figlio Tito partiva alla volta di Gerusalemme per riconquistarla. L’assedio fu lungo e sanguinoso ma alla fine i romani ebbero ragione degli assediati e così entrarono trionfalmente in città dove si abbandonarono a ogni genere di violenza. Molti furono crocifissi sul-le mura della città, le strade pullulavano di cadaveri appesi alle croci, il tempio fu profanato, derubato bruciato e infine raso al suolo, sulla cui terra fu buttato il sale. Alcuni gruppi di persone appartenenti alla casta degli Zeloti si arroccarono nell’antica fortezza di Masada, essi resistettero per lungo tempo, finché, come nar-ra una leggenda, una ragazza si innamorò di un soldato; essa, per amore, rivelò all’uomo dove erano i pozzi che alimentavano la città, i romani, allora, chiusero i pozzi e gli assediati furono costretti a arrendersi, ma per non subire l’onta della sconfitta si uccisero tutti. I romani penetrarono nella cittadella e trovarono solo tanti cadaveri sparsi per la città. Dopo aver domato la rivolta Tito fece erigere delle mura intorno al monte Golgotha e vi mise della terra intorno, quindi, lo fece spianare fino a trasformarlo in un pianoro, che conteneva al suo interno il Sepolcro con le spoglie mortali del Cristo. Non contento di ciò proibì il culto del cristianesimo e gli ebrei furono co-stretti a disperdersi per i quattro angoli del mondo. Furono anni difficile per i cristiani e le loro tradizioni, queste infatti, furono affidate a sette segrete con a capo un vescovo di nome Marco. Con l’avvento di Costantino sul trono, le cose cambiarono radicalmente; i cristiani uscirono dalla clandestinità e quando nel 314 divenne signore anche delle terre d’oriente, lui e sua madre Elena, rimasero affascinate dalle leggende che a-leggiavano intorno al Santo Sepolcro. Così in breve tempo si iniziarono gli scavi per riportare alla luce questi tesori; si narra, che durante questi lavori, Elena aves-se trovato un oggetto, forse una coppa, dove si raccolse il Sangue di Gesù. A questo punto la storia del Graal si fa sempre più confusa e lacunosa; se-condo alcune fonti esso finì in Bretannia, dopo che Roma fu depredata dai Visigo-ti nel 400 d. C. e pare che questa reliquia giaccia in fondo a un pozzo a pochi passi dalla presunta tomba di un nobile cavaliere, forse re Artù. Altre testimonianza parlano di un imperatore bizantino che nel I secolo d. C., dopo aver sottratto ai persiani alcune reliquie, forse anche il Santo Calice, esse siano state portate a Costantinopoli. Alcune leggende affermano che a Costantinopoli vi fossero confluite tantis-sime reliquie sacre tra cui la Sindone, i Chiodi con cui Gesù fu crocifisso, alcune spine della Corona, di cui una oggi è a Vasto e naturalmente il Graal, che pare contenesse la Sindone medesima. Sembra che questi due oggetti abbiano seguito lo stesso cammino, ma que-ste sono solo supposizione; comunque il Santo Sudario, nel 1204, durante il sacco di Costantinopoli, da parte dei Templari, era qui e fu portata poi a Lirey in Francia da qui a Torino. Alcuni affermano che la Coppa si troverebbe sepolta al centro della chiesa piemontese della “Gran Madre”; altre tesi, infine, sostengono che essa si trovi in una chiesa francese del paesino di Rennes Le Chateau.

Giu 10, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

Il mistero del Graal

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E’ notorio che la figura di Babbo Natale  è stata  modellata su quella di San Nicola, il Vescovo di Myra, e molti dei tratti caratteristici del Benedetto sono uguali a quelli di questa irreale figura natalizia.

San Nicola, nel suo lungo peregrinare, si spostava a dorso del suo fedele asinello, Sante Clause fa trainare la sua slitta da ben otto renne.

Il Beato distribuiva doni anonimamente, facendoli passare dalla finestra o dal camino,  probabilmente per la sua propensione a elargire regalie denaro a più bisognoso Nicola, fu definito, come “il Santo dell’Abbondanza” e questo tratto della sua personalità lo accomuna a Papà Natale, che come Lui, dona i suoi regali ai bambini, bisognosi e non, calandoglieli attraverso il comignolo.

Si narrano molte leggende relative alla larghezza di mezzi di san Nicola e si ipotizza anche che egli fosse il possessore del Santo Graal o che addirittura egli fosse il Graal stesso, poiché non conosciamo la reale forma del oggetto in questione tutte le ipotesi possono essere giuste.

In alcune fiabe si narra che il Santo Graal fu donato a Nicola da Gesù stesso sottoforma di bambino e forse questa fu una delle ragioni per cui le sue spoglie mortali furono all’origine di dispute accese tra molti potenti, tra cui anche il Papa, che allestì una spedizione per ritrovarle in una misera chiesetta sconsacrata nella terra degli infedeli.

La leggenda

Si racconta che tanti e tanti secoli fa in una delle tante città del mondo allora conosciuto, vivesse un nobile, che a causa di speculazioni sballate avesse perso tutti i suoi averi. Quest’uomo aveva anche tre figlie da marito, ma dato che non aveva niente non le poteva neanche maritare, e così queste erano destinate a diventare donne di malaffare. Questa famigliola, era, comunque, molto religiosa e pia e non passava giorno che essi non pregassero San Nicola. Il beato, commosso da  tanta fedeltà nei suoi confronti, decise di intervenire e lo fece alla sua maniera: per due notti di seguito il Santo butto delle monete d’oro attraverso la finestra della casa del pover’uomo; ma la terza sera Nicola, trovò le finestre sbarrate; così salito sul tetto butto le monete attraverso in cammino e queste finirono nelle calze delle giovani donne, appese lì ad asciugarsi. Infine le ragazze poterono sposarsi e il Santo diventò protettore, anche delle ragazze da marito.

 Se ammettiamo che il Santo di Bari e Pollutri aveva il Graal o Egli fosse il Graal, questo in che cosa consisteva e quali erano i suoi prodigi?

In origine, secondo alcune versioni, il Graal, era la pietra, uno smeraldo, più preziosa e lucente del diadema di Lucifero, l’Angelo più bello del Creato. Esso cadde sulla Terra quando questi ingaggio battaglia con gli Angeli e fu raccolto dagli uomini che lo usarono per fini non sempre nobili.

Altre versioni sostengono che quando Seth, il figlio di Adamo ed Eva, cercò di salvare suo padre da una letale malattia, tornando nell’Eden, egli non trovò nessuna cura specifica per lui, ma una cura per tutti i mali del mondo, insieme a una promessa che Dio non avrebbe mai abbandonato il genere umano e pare che questo fosse il Graal.

Questo sacro oggetto smette di essere qualcosa di metafisico per entrare nella realtà percepibile, quando Giuseppe D’Arimatea, un ricco ebreo forse parente di Gesù, raccoglie il Sangue del Cristo proprio nella coppa che poi verrà definita Santo Graal.

Dopo la crocifissione, il corpo di Gesù , fu dato in consegna a Giuseppe D’Arimtea e gli fu dato anche la coppa dell’Ultima Cena, con la quale il maestro celebrò questo rito. L’ebreo lavò il Corpo del Defunto, ma mentre faceva questo dalle ferite uscì del sangue che Giuseppe raccolse nella coppa, quindi il Corpo fu avvolto in un sudario e fu messo nel sepolcro, ove dopo tre giorni Resuscitò.

Dopo la Resurrezione Giuseppe fu imprigionate dai romani con l’accusa di sottrazione di cadavere e privato del cibo, fu lasciato languire in un umida cella, dove un giorno gli apparve Gesù risorto ammantato di luce che gli consegnò la coppa rivelandone, anche le virtù della medesima; Giuseppe fu tenuto in vita grazie a una colomba che portava tutti i giorni un’ostia nella coppa.

Giu 7, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

Il barone Corvo

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Roccascalegna è un piccolo comune dell’Abruzzo, situato in una conca, a metà strada tra il mare  Adriatico e il Massiccio del Gran Sasso.

I primi a colonizzare questo angolo d’Abruzzo furono i longobardi, che scelsero Roccascalegna come loro avamposto. Poi fu la volta di alcuni discendenti di un soldato di ventura germanico, a cui fu donato il feudo per i servigi resi, i quali costruirono un imponente mastio; ma nel 1428 un indegno successore del valoroso soldato perse il titolo ed il feudo, che fu acquistato dai Carafa di Napoli, i che, a loro volta, persero il feudo che fu acquistato per alcune migliaia di scudi dalla famiglia De Corvis di Sulmona e proprio a un loro discendente che si attribuisce un fatto di sangue accaduto nel castello che segnò per sempre la vita di questo tranquillo e ameno angolo del nostro meridione. 

Si racconta che nella prima metà del 1600 un certo barone De Corvis fu nominato membro del Senato di Napoli, questo incarico stabiliva che coloro che la ricoprivano dovevano necessariamente rimanere a Napoli. Il barone, quindi aveva bisogno di denaro per potersi permettere il soggiorno partenopeo e così impose gabelle e balzelli vari a tutti i suoi suddetti, compresi i poveri abitanti di  Roccascalegna, residenza estiva e feudo del De Corvis.

Il barone era molto tirannico e forse feticista, comunque per vessare ancor di più i suoi vassalli, impose loro di venerare un corvo nero come le tenebre e chi si rifiutava di genuflettersi al cospetto di questa creatura della notte veniva arrestato e buttato in un pozzo, dove vi erano delle spade conficcate nel terreno che dilaniavano i corpi dei poveri sventurati.

A causa di questa sue strane ossessioni, il barone fu ribattezzato dal popolo come Corvo de Corvis, ma il Corvo non pago dei vari soprusi decise di imporre la legge dello

“ Jus Pimae Noctis” , ovvero “il diritto della prima notte” e quindi chi sposava doveva “ricomprare” la propria moglie in base al pagamento di un tassa stabilita dal signore del castello su canoni che  tutt’oggi ignoriamo e coloro che non potevano riscattare la propria sposa…

Appena questa legge divenne operativa il reverendo scomunicò il barone e sobillò la folla a ribellarsi, ma i “bravi” del  signorotto sorpresero il parroco mentre cercava di mettersi in salvo dagli anatemi del nobile, e lo trucidarono proprio ai piedi  del castello.

Oramai il destino del barone era segnato e così un giorno si presentarono dal barone due giovani che volevano sposarsi ma l’uomo non aveva i soldi per ricomprarsi la moglie e così fu costretto accettare di cedere la donna per la prima notte. La donna all’imbrunire, dopo essersi sposata, si recava la castello, le porte si aprirono e la donna vide l’interno del mastio illuminato da miglia di fiaccole che rischiaravano il suo cammino. Arrivata che fu alla camera del barone la donna si coricò, ma mentre il barone quarantacinquenne faceva lo stesso la donna gli spaccò il cuore con un colpo di stiletto. Il de Corvis morente si appoggio la mano sul cuore, nel vano tentativo di fermare il sangue che fuoriusciva copioso dalla ferita, e appoggiò la sua mano insanguinata vicino al suo capezzale, maledicendo la stirpe della sua assassina.

La folla inferocita assaltò il maniero uccidendo il corvo e liberando il paese da un incubo che lo aveva attanagliato per anni.

La leggenda dice che in epoche diverse si sia provato a cancellare la mano di sangue che campeggiava sul capezzale della camera da letto, ma essa riaffiorava più vermiglia e nitida di prima, finché nel 1940, in seguito a un annata particolarmente piovosa, parte del castello è crollato portandosi via anche la camera dove era successo l’omicidio.

Un’altra leggenda narra che, nelle notti di tempesta quando il vento sferza le merlature del mastio e le nubi basse e neri accarezzano la torre, un volo radente di corvi preannuncia il ritorno del barone che passeggia inquieto per le stanze del suo antico maniero, cercando la pace eterna.

Questa è una leggenda e come tale i personaggi non sono realmente esistiti, ma il de Corvis rappresenta l’incarnazione della perfidia e cattiveria con cui il potere ha dominato e continua a dominare le genti di tutti i tempi e luoghi della Terra.

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