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Gen 25, 2012 - Miti&Leggende    No Comments

Fantasmi di gladiatori Amiternum L’Aquila

 Amiternum, antica città sabina, si trova non lontano da L’Aquila; dopo la conquista di Roma avvenuta nel 293 a.C., divenne Praefectura, cioè un centro politico ed amministrativo per una serie di villaggi sparsi nel territorio. Fu una fiorente e ricca  fino al IV secolo d. C., in seguito inizio un lento ed inesorabile declino che culminò con l’abbandono totale della zona e la conseguente decadenza. Amiternum era così ammirata da Roma, che nel 72 d.C. l’Imperatore Flavio Vespasiano, per la costruzione del Colosseo, si ispirò all’arena di tale città.

Si racconta che spesso l’anfiteatro è stranamente illuminato ed alcuni legionari romani lo attraversano a passo cadenzato, ma la visone dura pochissimi secondi. Alcune persone sostengono di aver visto un soldato a cavallo blandire una spada, altri narrano di aver udito un vociare confuso e di aver visto degli scheletri vestiti da gladiatori combattere all’interno dell’anfiteatro e delle figure sfuggenti ed eteree passare sotto gli archi che cingono l’arena.

 

Gen 25, 2012 - Miti&Leggende    No Comments

La Sibilla Alba Fucens L’Aquila

Alba Fucens antica città degli Equi, si ubica tra il monte Velino e il Lago del Fucino,fu fondata nel 303 a. C. Il nome Alba Fucens deriva da un antichissimo vocabolo alba che significa “altura”, e l’appellativo Fucens  indicava la vicinanza del Lago del Fucino. La città ebbe una grande importanza strategica per i Romani che, per rafforzare l’importante posizione, al termine della seconda guerra Sannitica, costruirono la cinta muraria in opera poligonale, della lunghezza di circa km. 3.Essa fu completamente distrutta tra il sec.IX e X, dai Saraceni.Si dice nelle alture vicino a questa antica città si ubicava l’antro della Sibilla dove gli abitanti del luogo si recavano per ascoltare il responso degli dei; essa era la custode di un favoloso tesoro, però… maledetto. Si narra che nelle gelide notti d’inverno quando il vento sferza i ruderi di Alba Fucens, si vede una figura di donna quasi evanescente sulla sommità di un colle protendere le braccia vero il cielo e… la strana apparizione dura il battito di ali di una farfalla. Altri sostengono che, chi a provato a prendere il tesoro della Sibilla e si sia inoltrato nelle viscere della terra, abbia incontrato una donna vestita di bianco che lo ghermisce con le sue mani ossute e fredde e lo guarda con le orbite vuote del suo teschio seguita da una risata quasi demoniaca che risuona nel silenzio della grotta!

 

(da “Guida Insolita ai mister, ai segreti, alle leggende e alle curiosità dell’Abruzzo” di Ireneo Bellotta/ Emilino Giancristoforo Newton e Compton Editori 1999 )

 

 

 

 

 

Nov 28, 2010 - Miti&Leggende    No Comments

San Cristoforo

San Cristoforo è protettore di Moscufo, nonché dei Paladini, che in molte leggende abruzzesi sono chiamati Palladini, cioè abitanti del monte Pallano. Questi Palladini sono dei giganti che costruirono le mura  megalitiche che cingono, il monte Pallano, ma presenti in ben 200 luoghi, solo in Abruzzo. Questi recinti sacri, secondo alcune interpretazioni, furono costruiti da guerrieri enormi, che la notte dormivano all’interno di questi zone protette, e il giorno andavano a lavorare in Puglia; antico retaggio della transumanza.

Questi miti, nascono dalla commistione delle gesta dei veri paladini di Francia con alcune ossa gigantesche, ritrovati in diversi posti dell’Abruzzo. Pare che accanto a questi guerrieri vi fosse anche una tribù di amazzoni chiamate “Majellane”, le quali erano molto ricche e belle e avevano adottato questo nome in onore della loro protettrice la dea Maja.

Tra questi uomini di statura mastodontica vi era uno chiamato Cristoforo che di giorno lavorava, insieme a un gruppo di giganti,alla costruzione delle mura ciclopiche e di notte tornavano a Roma, un giorno però decise di andare via e portarsi dietro un suo terribile segreto.

San Cristoforo, il cui nome significa  “Portatore di Cristo”, nacque in Asia nel III secolo d.C. e si chiamava, in realtà, Reprobo.

Egli era smisuratamente grande e decise di mettersi al servizio dell’essere più potente e temerario del mondo e così si fece assumere da un imperatore ma dopo un po’ di tempo vide che questi aveva paura di Lucifero e così andò a lavorare per il Demonio, ma quando si accorse che anche egli aveva le sue paure si licenziò.

Passarono un po’ di anni e Cristoforo, che in un attimo di rabbia aveva sterminato la sua famiglia, andò a confessare le sue colpe al Papa il quale gli disse che per penitenza doveva andare a traghettare le anime dei trapassati presso il Giordano ed egli così fece.

Trascorsero anni e anni senza storia finché un giorno gli capitò di dover trasportare sulle spalle un uomo e un bambino, ma come fece per prendere il piccolo l’uomo gli consiglio di traghettare uno per volta.

Cristoforo fece così e dopo aver preso l’uomo e averlo portato a destinazione tornò indietro. Messosi sulle spalle il bambino si rese conto di trasportare un peso enorme, così si voltò verso il suo passeggero e vide che questi era il Cristo di cui aveva sentito parlare da alcuni monaci suoi amici. Da allora egli si convertì al cristianesimo  morì martire durante il governo di Decio.

L’iconografia classica lo rappresenta cinocefalo, forse per la sua bruttezza oppure forse perché egli potrebbe essere la raffigurazione cristiana del dio pagano Anubi, che veniva raffigurato come sciacallo o cane nero, oltre che con forma umana e la testa di cane.

E’ noto che san Cristoforo veniva spesso raffigurato con la testa canina o di coyote, forse per la sua bruttezza o per altre ragione, a noi ignote o perlomeno non così evidenti, dato che potremmo ipotizzare delle analogie tra questo beato e il culto del dio Coyote degli indiani Nordamericani.

Il dio Coyote, pare che fosse il creatore del mondo, in quando si sostituì al quello legittimo, prima ingannandolo, da qui il pseudonimo anche di dio ingannatore, poi continuando la sua opera.

Egli, infatti, fece inquietare l’artefice del mondo, trattenendolo dal dare vita ad alcuni legnetti, dopodiché, quando l’irato dio andò via prese, i pezzi di legno li piantò per terra, creando le prime tribù indiane del America del nord e poi gli uomini di tutte le razze.

A questa divinità viene assimilata anche la figura di Loki, il nume nordico tutelare del fuoco e delle fiamme. Egli era un gigante semidivino che si divertiva a ingannare, truffare, calunniare e rubare agli uomini e agli dei, nonostante fosse il fratellastro di Odino. Sebbene fosse di natura umana fu educato come un essere divino e quindi aveva accesso anche ai segreti più reconditi degli dei; per questo sottrasse ai suoi ultraterreni colleghi il fuoco che donò, poi, agli uomini facendo adirare,così, Odino.

Loki era un uomo bellissimo ed atletico con una folta chioma rosso fuoco!! Egli andava molto fiero del suo fascino; ma non disdegnava di ricorre alla violenza come quando abusò delle fate per estorcergli il segreto di un’immensa ricchezza tra cui si trovava anche un anello dai tremendi poteri magici.

Questo dio Ingannatore si divertiva a tormentare gli dei e perfino a ucciderli come successe a Balder, nume che rappresenta il sole e la verità.  Balder era afflitto da terribili presagi della sua imminente morte e così si recò dal padre di tutti gli dei e dalla sua gentile consorte, chiedendo loro di risparmiarlo; questi riuscirono a renderlo immune da tutto il male del mondo.

Dopo questo sortilegio gli dei vollero metterlo alla prova scagliandogli contro di tutto, compresi corpi contundenti, ma questi rimaneva sempre intatto, finché Loki, incuriosito da tutto ciò decise di chiedere spiegazioni alla moglie di Odino; così sotto mentite spoglie di una donna, chiese delucidazioni su ciò che accadeva a Balder. La dea gli rivelò il segreto dell’immunità di Balder, dicendogli che solo il vischio gli sarebbe stato letale;appena avuta questa notizia Loki, andò a raccoglie un rametto di questa piantina e messolo in mano a un dio cieco lo indusse a scagliarlo contro Balder. Hodur, il dio non vedente, fece ciò che gli era stato suggerito e aiutato dal perfido ingannatore, uccise il buon dio del Sole.

Non contento di ciò che aveva fatto, rubò la collana del potere della moglie di Odino, la quale lo aveva avuto dopo una notte d’amore con alcuni elfi, creatori del monile. Dopo averlo rubato raccontò a Odino la maniera in cui sua moglie si lo era procurato, il padre di tutti gli dei, scatenò una guerra fratricida per lavare l’onta subita!!   

Questa ennesima nefandezza portò gli dei a punirlo con a terribile castigo. Dopo aver compiuto tutte questi crimini si rifugiò su una montagna dove si costruì una casa con tante porte da dove scrutava l’orizzonte nell’eventualità qualcuno lo cercasse.

I suoi timori si avverarono presto e così un giorno gli dei lo trovarono, ma prima che essi giungessero alla sua dimora, egli si trasformò in salmone, ma in breve tempo fu catturato dai suoi inseguitori e imprigionatolo in una caverna con un gigantesco serpente che bruciava il suo viso con il veleno che gli fuoriusciva dalla bocca. Quando uno schizzo di veleno lo colpiva, Loki, urlava, scotendosi freneticamente facendo tremare la Terra, provocando dei disastrosi sismi.

E’ difficile dire se vi sia qualche genere di connessione tra San Cristoforo e queste divinità pagane così lontane nello spazio e nel tempo; però non si può neanche escludere a priori tutte le possibili affinità.

 

Lug 14, 2010 - Miti&Leggende    No Comments

Le Fate della Montagna

La tradizione dice che le Fate abitavano all’interno della Grotta del Cavallone nel territorio di Taranta Peligna, e da lì ogni giorno volavano su tutti i paesi abbarbicati alle falde della Majella, compresa Roccascalegna, un giorno, però, San Martino, irritato per le continui dispetti di queste magiche creature, le chiuse all’interno delle grotta, dove ancora oggi si possono sentire il loro lamento che diventa quasi un melodioso e struggente canto che ogni tanto i visitatori di tali luoghi possono udire!!

Tuttavia non tutte le fate rimasero intrappolate nella grotta alcune fuggirono e si rifugiarono all’ombra di un grande albero che si trovava nella zona di Roccascalegna e qui incontrarono una donna intenta nel lavoro dei campi, esse le dissero di seguirla ma la contadina si rifiutò categoricamente e… queste, dopo averla schiaffeggiata pronunciarono uno strano anatema contro di lei e così… da quel giorno la donna possedette una forza sovrumana e con la sola forza del pensiero fu in grado di portare una macina per la spremitura delle olive notevolmente pesante dalla roccia del castello di Roccascalegna dove fu prelevato fino al luogo dove si trova ancora oggi!!

Lug 14, 2010 - Miti&Leggende    No Comments

Torre d’Avvistamento Archi

 

Intorno all’anno mille non era raro vedere i nostri territori puntinati da torri e torrioni atti a monitorare e sorvegliare queste terre da pericoli esterni, come potevano essere signorotti confinati o pericoli ancor più gravi come i Mori e Saraceni che spesso si inoltravano anche all’interno nelle loro continue scorribande!!! Pericoli a parte essi servivano anche come stazione di pedaggio per i pastori transumanti che erano costretti pagare un tributo per poter passare per quelle terre!! Un tipico esempio di queste costruzioni potrebbe essere la Torre d’Avvistamento di Archi.

Questi edifici, che testimoniano un glorioso e splendendo passato, ora sono ridotte a rovine visitate da randagi, animali selvatici e naturalmente da fantasmi!!!

Intorno a questi luoghi così suggestivi ed ameni sono nate diverse leggende e credenze popolari come quella della Torre di Archi che dice che in questo luogo vi è imprigionata una bionda fata dagli occhi di ghiaccio che trasforma in roccia viva tutto ciò su cui si posa il suo sguardo e a guardia della magica creatura vi è un essere mostruoso, forse un drago???

Secondo altri all’imbrunire nel solstizio d’autunno all’interno della torre si sentono rumori cupi che sono seguiti da un lampo che illumina il mastio come se fosse giorno e delle figure incorporee vestite con armature entrare nella torre. Questa visione dure pochi secondi!!!

Dic 26, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

La Coppa Sacra

La parola Graal,dal latino Gradalis, indica: una tazza, una coppa, una vasca, un calice, un catino e in generale una scodella ampia e piuttosto profonda. Questi oggetti non solo altro che una delle tante rappresentazioni fisiche del grembo fecondo della Magna Mater Terra, come dispensatrice di abbondanza. Esso è “la coppa della vita” dei Celti che Artù recuperò, secondo alcune varianti del mito, all’inferno. La tradizione cristiana parla di due contenitori divini: il calice dell’eucaristia e la Vergine, poiché nel suo grembo la divinità si manifesta nel piano fisico. In origine, secondo alcune versioni, il Graal, era la pietra, chiamata “Lapis exillis”, secondo altre versioni esso sarebbe “Lapis ex coeli”, pietra venuta dal cielo, secondo altri uno smeraldo, più preziosa e lucente del diadema di Lucifero, l’Angelo più bello del Creato. Esso cadde sulla Terra quando questi ingaggiò battaglia con gli Angeli e fu raccolto dagli uomini che lo usarono per fini non sempre nobili. Altre versioni sostengono che quando Seth, il figlio di Adamo ed Eva, cercò di salvare suo padre da una letale malattia, tornando nell’Eden, egli non trovò nessuna cura specifica per lui, ma una cura per tutti i mali del mondo, insieme a una promessa che Dio non avrebbe mai abbandonato il genere umano e pare che questo fosse il Graal. Esso è un oggetto “magico”che può far guarire le ferite, dare la vita eterna, sconfiggere la morte, dare ricchezza, abbondanza e potere, ma se usato in maniera errata, può avere conseguenze devastanti. Alcuni esoterici lo considerano il “Cuore di Gesù”; per altri è il cuore del pianeta Terra; Hitler lo considerava il potere assoluto; per altri ancora è un oggetto di origine aliena e come tale dotato di una forza primordiale e terribile!!! Questo sacro oggetto, comunque, smette di essere qualcosa di metafisico per entrare nella realtà percepibile, quando Giuseppe D’Arimatea, un ricco ebreo forse parente di Gesù, raccoglie il Sangue del Cristo proprio nella coppa che poi verrà definita Santo Graal. Dopo la crocifissione, il corpo di Gesù , fu dato in consegna a Giuseppe D’Arimtea e gli fu dato anche la coppa dell’Ultima Cena, con la quale il maestro celebrò questo rito. Secondo alcune versioni, sembra che Gesù avesse ricevuto questa coppa in Cornovaglia da un Druido convertito alla religione cristiana, molti hanno voluto vedere in questo sacerdote la figura del mago Merlino.

Dic 26, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

Il Santo Graal e San Nicola

Sono fiorite molte leggende sulla larghezza di mezzi di san Nicola e perciò si è ipotizzato che egli fosse il possessore del Santo Graal o che addirittura egli fosse il Graal stesso, poiché non conosciamo la reale forma del oggetto in questione tutte le ipotesi possono essere giuste. In alcune fiabe si narra che il Santo Graal fu donato a Nicola da Gesù stesso sottoforma di bambino e forse questa fu una delle ragioni per cui le sue spoglie mortali furono all’origine di dispute accese tra molti potenti, tra cui anche il Papa, che allestì una spedizione per ritrovarle in una misera chiesetta sconsacrata nella terra degli infedeli. Si racconta che tanti e tanti secoli fa in una delle tante città del mondo allora conosciuto, vivesse un nobile, che a causa di speculazioni sballate avesse perso tutti i suoi averi. Quest’uomo aveva anche tre figlie da marito, ma dato che non aveva niente non le poteva neanche maritare, e così queste erano destinate a diventare donne di malaffare. Questa famigliola, era, comunque, molto religiosa e pia e non passava giorno che essi non pregassero San Nicola. Il beato, commosso da tanta fedeltà nei suoi confronti, decise di intervenire e lo fece alla sua maniera: per due notti di seguito il Santo buttò delle monete d’oro attraverso la finestra della casa del pover’uomo; ma la terza sera Nicola, trovò le finestre sbarrate; così salito sul tetto lanciò le monete attraverso in cammino e queste finirono nelle calze delle giovani donne, appese lì ad asciugarsi. Così le ragazze poterono sposarsi e il Santo diventò protettore, anche delle fanciulle da marito. Se ammettiamo che il Santo di Bari e Pollutri aveva il Graal o Egli fosse il Graal, questo in che cosa consisteva e quali erano i suoi prodigi?

Dic 26, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

San Nicola l’archetipo di Babbo Natale

Babbo Natale è l’emblema natalizio più amato dai bambini, perché dispensatore di doni. Egli arriva di notte su una slitta d’oro carica di doni trainata da delle renne che sfrecciano nel cielo buio della fredda notte di Natale. Esse si fermano sul tetto e, Babbo Natale, calandosi dal cammino, deposita i doni sotto l’abete natalizio. Ha una lunga barba bianca ed è corpulento, indossa un costume rosso, che inizialmente era verde, ma poi per ragioni d’immagine si è preferito il look attuale, ed ha un viso allegro e vivace. Vive in una casa in Lapponia o Finlandia e i suoi aiutanti sono gli gnomi e i folletti e tanti animaletti che collaborano nel trovare e incartare i regali che i bambini, e non solo, di tutto il mondo gli richiedono. L’immagini classica di questo personaggio tipicamente nordico, risponde più o meno a quella descritta poc’anzi; ma in realtà questa figura del “dispensatore di regali” è modellata sull’archetipo di San Nicola. Santa Claus è, infatti, la distorsione del nome San Nicola, che gli emigrati olandesi chiamavano “Sinte Niklaas” e gli anglosassoni trasformarono in “Santa Claus”, al quale, nel 1863, il disegnatore Thomas Nast, diede l’aspetto definitivo che abbiamo ancora oggi. Egli ha in comune con il Santo a cui si è ispirato solo, la barba bianca e il fatto di essere entrambi dispensatori di regali. Come si è affermato poc’anzi, i coloni olandesi trapiantati nel “Nuovo Mondo”, distorsero sia il nome di San Nicola che la sua immagine iconografica classica, facendone un misto fra un santo cristiano e il dio pagano Thor. Il dio Thor, il cui etimo significa “Tonante”, per i teutonici era una divinità celeste, figlio di Odino e la dea Terra, Jordh, nonché marito di Sif e signore dei tuoni e fulmini, oltre che della tempesta. Egli era signore e padrone di un regno chiamato Thrudvangnel quale sorgeva un enorme castello di oltre 500 camere, conosciuto come il “Castello del Fulmine”; egli si muoveva su un carro trainato da capre, che durante il Medioevo diventarono sinonimo del diavolo. Secondo la tradizione classica, infatti, le capre erano gli animali totemici di Era, consorte di Zeus. Questo animale era anche la personificazione della dea, che veniva, però, trafitto da lance durante le feste a lei dedicate, poiché esso aveva svelato a Zeus il nascondiglio di Era, quando questa cercava di sottrarsi alle ire del suo divin consorte. Zeus, invece, aveva trasformato, suo figlio Dionisio, nato da una relazione con Semele, in un capro nero per salvarlo dalle grinfie di sua moglie Era; per questo motivo gli adepti al culto di Dionisio, squartavano un capro selvatico per cibarsene. Molte divinità silvane venivano identificati con questo animale, quindi, diventa ovvio la loro demonizzazione da parte della cristianità, poiché essi rappresentavano un retaggio di antichi culti dedicati alla natura. Il simbolo che contraddistingue Thor, è il martello forgiato dal nano Sidri ed aveva la particolarità di tornare, a mo di boomerang, sempre nelle mani del suo padrone. Mentre il nano stava costruendo questo oggetto, venne infastidito da Locki, una divinità malefica e dispettosa che veniva chiamata anche “L’Ingannatore”, per la sua propensione a fare scherzi dannosi, che trasformatosi in mosca si divertiva a infastidire Sidri, che, a causa di questa interferenza, costruì il martello con il manico troppo corto!! Questa potente arma poteva uccide, ma poteva dare anche la vita, poiché questo nume, usava la sua arma per benedire le unioni di giovedì, giorno a lui dedicato; infatti giovedì in inglese si dice Thursday che non è altro che la corruzione delle parole Thor’s day, cioè il giorno di Thor. Egli possedeva una forza straordinaria che gli perveniva da una cinta magica, la quale gli raddoppiava il vigore. Il suo culto rimase vivo per tutto il medioevo, finché il re Olaf II lo sradicò anche con l’uso della forza, convertendo i suoi sudditi al cristianesimo. San Nicola rappresenta, come d’altronde Merlino, il punto di unione spirituale tra cristianesimo orientale ed occidentale; poiché il suo culto dall’Italia si espanso in altri paesi come: Gran Bretragna, Belgio, Olanda etc. anche la chiesa Ortodossa nutre un grande rispetto e devozione per lui che è anche il Patrono della Russia e della Grecia.

Dic 26, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

La vita di San Nicola

Nicola pare sia nato a Patara in Turchia, o più in generale, in quella “regione” che durante l’Evo Medio era definita come “Saracinia” cioè terra dei Saraceni o Mori, comunque dei pagani. Egli nacque verso la fine del 200 d.C. da una famiglia cristiana agita. Tra le tante leggende che aleggino intorno a questa figura, si narra che appena nato, si sollevò, con le mani giunte, dal catino nel quale lo stavano lavando, ringraziando il Signore di essere nato; egli si nutriva solo i mercoledì e venerdì, giorni con particolari influssi negativi, secondo la tradizione popolare. Mercoledì, dal latino “dies mercuri”, cioè giorno di Mercurio, deriverebbe dal nome della divinità tedesca Odino, padre di tutti gli dei, marito di Frigga o Feya e padre di Thor. Nelle società contadine il mercoledì era considerato il giorno dedicato alla Madonna del Carmelo o del Carmine; infatti, per loro, questo giorno veniva chiamato semplicemente il “Carmine”. Venerdì dal latino “dies veneris”, cioè giorno di Venere, dea della bellezza nonché uno delle tante facce della Grande Dea Madre, divinità universale che si scindeva presso i vari popoli, religioni e società, in diversi numi come ad esempio la tedesca Freya , che per i popoli teutonici era la dea della fertilità, signora e padrona della giovinezza, della bellezza, dell’amore sia platonico che passionale e ovviamente di tutto ciò che era associato ad esso. Questa divinità bellissima, moglie di Odur, in alcune versioni del mito consorte di Od e in altre addirittura compagna del potente Odino, figlia di Njordhr , sorella di Freyr e madre di Hnossa, era una delle più potenti divinità dei Vani nonché figlia del protettore dei naviganti, veniva raffigurato come un guerriero selvaggio e crudele. Essa conosceva anche l’arte della divinazione che mise al servizio di Odino quando questi perse l’uso della vista; essa divenne, così, potente da indossare il mantello del destino, decretando la vita e la morte degli uomini, esigendo, inoltre, il tributo di metà dei guerrieri periti in battaglia. Il giorno consacratole era il venerdì da cui prende anche il nome, i suoi animali sacri erano i gatti , il falchi, le farfalle, il cuculo e cavalli. Con l’avvento del cristianesimo, si cercò di sradicare questo culto pagano demonizzandolo, e così il venerdì divenne un giorno infausto, i gatti alati che trainavano il suo cocchio si mutavano in streghe dopo sette anni e infine i cavalli neri divennero i messaggeri degli inferi. Inoltre questo già nefasto giorno divenne addirittura sfortunato per tutti i tipi di lavoro da quando il 13 ottobre 1307, che cadeva di venerdì, Filippo IV, detto il bello, emise un mandato di cattura contro tutti i templari che si trovavano sul suolo francese. Appena emesso l’ordine di cattura, alcuni templari presero il mare, dal porto de la Rochelle, e solo coloro che riuscirono a imbarcarsi nella confusione seguita agli arresti poté salvarsi, da allora in memori di questo massacro perpetrato ai danni di innocenti, questo giorno, ha preso una valenza malefica. Per tornare al personaggio storico, o perlomeno a quello che si sa di San Nicola, come persona realmente vissuta, si dice che egli presenziò, forse, con la carica di diacono, il concilio di Nicea, dove, tra le tante cose, si confermò la natura divina del Cristo, per poi recarsi a Roma, ove, per volere di Papa Silvestro, divenne vescovo di Myra in Lycia, provincia dell’Asia Minore, e grazie al suo apostolato che questa terra fu risparmiata dalle eresie. Rimasto orfano in giovane età, fu perseguitato e torturato per le sua ideologia religiosa, finché l’Editto di Costantino non pose fine alle persecuzioni Cristiane. Nicola di Patara morì intorno nel 350 a. C. a 82 anni; egli fu un forte, deciso, zelante cristiano che operò molti miracoli. Una delle sue prime biografie furono redatte nel 740 da Sant’Andrea di Creta. La venerazione del Beato, giunse in Occidente dopo che l’Imperatore bizantino Leone III l’Isaurico (680-741), proibì il culto delle sacre rappresentazioni, mettendo al bando tutto ciò che li riproduceva. Molti religiosi per perpetrare questa tradizione, fuggirono in Occidente portandosi dietro le loro usanze, compreso il culto di San Nicola. Le spoglie mortali di Nicola furono sepolte in una chiesa di Myra vicino Patara che fu sconsacrato e così si perse la memoria dell’edificio insieme a ciò che conteneva. Passarono i secoli e questa terra fu conquistata dai Selgiunchi, che nutrendo una profonda avversione per i cristiani, impedivano ai pellegrini di raggiungere la Terra Santa assalendoli e depredandoli. Probabilmente fu questo uno dei tanti motivi per cui si promossero le Crociate. Nel 1086 un vescovo ebbe un sogno premonitore nel quale il Santo di Bari gli imponeva di andare a recuperare le sue spogli mortali in Terra Saracinia. L’anno successivo tre caravelle con 47 baresi, tra i quali vi erano sacerdoti, mercanti, e soldati, partirono verso l’ignoto per recuperare i sacri resti del Vescovo di Myra. Questa chiesa, secondo la leggenda, era accudita da monaci, cosa al quanto improbabile, poiché essa era sconsacrata ed era in territorio pagano. Quando i baresi giunsero in questo luogo, prima dei veneziani, anche loro interessati alla sacre ossa, si trovarono di fronte un sarcofago bianco con dentro i resti del Santo immerso in un liquido trasparente, la cosiddetta manna, che inondava la stanza con un odore paradisiaco. Dopo aver preso le spoglie e averle posto in un barile, essi partirono alla volta di Bari. Durante il viaggio si scatenò una tremenda tempesta che fece temere più volte per l’incolumità dei marinai i quali furono salvati dal Santo che fece cessare la procella. Il 9 maggio del 1089 il corpo di Nicola giunge a Bari dove guarì circa 47 malati terminali; in quel anno si iniziò la costruzione di un tempio dedicato al Santo e nel frattempo le spoglie furono poste nella Cattedrale pugliese. Durante lo scavo delle fondamenta dell’edificio alcuni muratori furono coinvolti in un mortale incidente, ma la loro grande fede e l’ulteriore miracolo operato dal Santo, li salvò. Era il 1097 quando la nuova sede del corpo mortale di Nicola fu terminato, siccome mancava un pilastro esso arrivò fortunosamente, galleggiando per mare, dalla terra natale del Beato. In seguito alla riforma, i protestanti abolirono la festività in onore del Santo, anche se i coloni olandesi continuarono, a New Amsterdam, a venerarlo e quando questa città passò sotto il controllo inglese e fu ribattezzata con il nome di New York, il venerabile divenne Sinter Klaas: un misto tra l’iconografica classica del beato e il dio teutonico Thor e la su festa fu spostata al 25 dicembre. La festa del santo fu soppressa dalla chiesa nel 1969.

Dic 26, 2009 - Miti&Leggende    No Comments

San Nicola

L’etimo del nome Nicola deriva dall’unione di due parole greche “Nike” e “Laos”, cioè “Vincitore del Popolo”. Per gli antichi, infatti, la “Vittoria” era personifica dalla “Nike”. Questa divinità era l’immagine del potere invincibile di Zeus e di Pallade Atene, il più importante nume dopo il padre di tutti gli dei, Zeus. Atena era venerata anche con il nome di Atene Nike ed essa non era alata poiché, essendo l’alterego della divinità, non si poteva staccare da essa. Atena era, secondo la mitologia classica, la personificazione della Sapienza, dell’agilità, e della guerra. Essa era la regina del cielo ed una delle dodici divinità più importanti dell’Olimpo, nonché una delle tante facce della Grande Madre e del suo archetipo la Dea Bianca, cioè la Luna. Atena venne fuori dalla testa di Zeus, quando questi mangiò la sua prima moglie Meti, poiché era incinta. Il padre degli dei temeva, infatti, che il nascituro fosse superiore a lui e in qualche modo ne usurpasse il potere, e così appena dopo essersi nutrito della consorte, gli scoppiò un forte, mal di capo, allora, Efesto con una grossa ascia gli assestò un colpo, la testa del padre degli dei si aprì, e… come per incanto vi emerse una giovane donna bellissima vestita con una lucente armatura. Questa dea aveva dato agli uomini l’olivo e aveva inventato l’aratro e il suo uso; per questo motivo essa era venerata anche come protettrice dell’agricoltura. Per propiziarsi una buona semina e quindi un buon raccolto, ben due dei tre rituali sacri erano dedicati ad essa, come le feste in suo onore, le cosiddette Panatenee, che in principio erano semplici rituali della mietitura. La sua immagine iconografica è quella di una donna, nel vigore della giovinezza con uno scudo e una lancia. I suoi animali totemici erano: il gallo, la civetta, la cornacchia, e il serpente; la sua pianta sacra era l’olivo; presso i romani venne chiamata Minerva. Tra i suoi appellativi vi erano anche quello della già citata Nike come vittoria, per il suo tempio che dominava l’Acropoli. Con il passare del tempo la Nike, divenne il simbolo di eventi lieti, prosperi, vittoriosi, nonché di competizioni sportive ed avvenimenti musicali che coinvolgeva in generale il popolo. Presso i Sabini essa veniva chiamata Vacuna, che era anche protettrice dell’agricoltura e del desiderio carnale, inteso come piacere. Nell’aquilano presso uno dei ruderi di un tempio dedicato a questa divinità, che il sincretismo cristiano ha trasformato in Santa Maria della Neve, venivano celebrati, agli inizi di agosto, dei singolari riti propiziatori. Essi consistevano nel tracciare un solco con l’aratro, il più diritto possibile, e questo solco attraversava tutti i campi fino al sagrato della chiesa di Santa Maria della Neve. Il giorno successivo una mucca veniva fatta genuflettere sulla porta della chiesa, dopodiché un ragazzo scelto tra le migliori famiglie della zona le montava in groppa e si allontanava dal paese per tornarvi più tardi dopo che alcune persone avevano ammonticchiato dei covoni di grano. Egli dopo essersi seduto su di essi distribuiva delle ciambelle a tutti i partecipanti alle feste che culminavano con musica, canti e danze. I romani la chiamarono Dea Victoria ed era rappresentata, come la sua antesignana Nike, con le ali e un ramo di palma e una corona di alloro, ed era una divinità celeste minore. Già dal etimo del nome si evince che questo Santo, abbia a che fare con l’abbondanza e la prosperità e sia uno delle tante figure pagane che la “Trasmutazione” cristiana ha beatificato.

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