Dic 26, 2009 - Senza categoria    No Comments

Il destino del Graal

Tornando alla crocifissione di Gesù, quando il cadavere fu dato al ricco ebreo, egli lo lavò, ma… mentre faceva questo dalle ferite uscì del sangue che Giuseppe raccolse nella coppa, quindi il Corpo fu avvolto in un sudario e fu messo nel sepolcro, ove dopo tre giorni Resuscitò.

Dopo la Resurrezione Giuseppe fu imprigionate dai romani con l’accusa di sottrazione di cadavere e privato del cibo, fu lasciato languire in un umida cella, dove un giorno gli apparve Gesù risorto ammantato di luce che gli consegnò la coppa rivelandone, le sue virtù ; Giuseppe fu tenuto in vita grazie a una colomba che portava tutti i giorni un’ostia nella coppa.

Era il 70 d. C. quando Giuseppe D’Arimatea fu scarcerato, insieme a sua sorella e a suo cognato Bros. Questi scelsero, per causa di forza maggiore, l’esilio e partirono su una nave che li portò oltreoceano , verso un’isola sconosciuta dove, perpetrarono le loro tradizioni.

Qui costruirono una tavola come quella usata per l’Ultima Cena dove presero posto dodici commensali, mentre il tredicesimo fu lasciato vuoto, perché era quello che avrebbe dovuto essere occupato da Gesù o da Guida. Se questa sedia veniva inavvertitamente occupata essa eliminava all’istante il commensale, per questo esso ebbe il nome di “Seggio Periglioso” e la tavola fu chiamata “Prima Tavola del Graal”.

Passarono alcuni anni in questa terra sconosciuta e Giuseppe sentì il bisogno e  la voglia di andare via e durante uno dei suoi tanti pellegrinaggi per le vie del mondo, si fermò in Bretagna precisamente a Glastonbury, dove fondò la prima comunità cristiana che doveva soppiantare l’antica religione dei Druidi. Il primo tempio cristiano, qui fondato fu dedicato alla Madonna o, secondo alcune versioni  a Maria Maddalena e in questo luogo che rimase il Graal che veniva utilizzato durante la funzione religiosa.

Alla morte di Giuseppe il Graal fu custodito da suo cognato che grazie alla coppa riuscì a sfamare tutti i suoi seguaci. Dopo Bros il Graal passò nelle mani di un nuovo custode che conservò la sacra reliquia in un castello sulla Montagna della Salvezza di cui ignoriamo l’ubicazione.

Nacque in quegli anni anche un ordine cavalleresco che, venne denominato come l’Ordine  dei Cavalieri del Graal, con il compito di proteggere questa coppa; essi si nutrivano delle ostie che la reliquia dispensava e il loro capo e custode  del divino recipiente ricopriva la carica di Re Sacerdote.

Uno di questi custodi fu ferito, secondo alcune versioni, dalla lancia di Longino e divenne sterile come la terra nella quale era ubicato il castello che custodiva la divina coppa.

Molti hanno visto un parallelo tra il Re Ferito, come venne denominato da allora in poi il custode del Graal, e la figura di San Rocco che in molte immagini viene raffigurato con una ferita alla  gamba.

Il Re Ferito trovava sollievo solo pescando e così fu definito anche come Re Pescatore ed egli sarebbe stato salvato da una domanda ben precisa fatta da un cavaliere puro di cuore; da qui che inizia la saga di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda.

Secondo alcune versioni del mito, dopo che Giuseppe approdò sulle coste inglesi, consegnò l’oggetto nelle mani di un custode chiamato il “Ricco Pescatore” o “Re Pescatore”, in onore di Gesù che aveva compiuto il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Uno dei tanti custodi del Graal, pare sia il nonno di Prete Gianni, figura leggendaria il cui nome è legato alla leggenda della fonte dell’eterna giovinezza e di Eldorado, la città tutta d’oro!!

Passarono anni e anni e a questi seguirono i secoli finché si perse la tradizione del custode del Graal, e con questi si smarrì anche la sacra coppa. Sulla Bretannia si abbatté una tremenda maledizione chiamata dai Celti “Wastland” cioè “La Terra Desolata”, uno stato di povertà, carestia e distruzione sia fisica che spirituale, provocata dal “Colpo Doloroso” scagliato da Balin il Selvaggio, con la lancia di Longino, nei genitali del Re Pescatore. Per neutralizzare questo stato di cose, era necessario trovare il Graal, come simbolo della purezza.  

Tornando alla lancia di  Longino, essa è l’arma con cui il centurione romano trafisse il costato di Gesù crocifisso, pare che  avesse, come il Graal, delle doti magiche molto forti, perciò fu custodita insieme ad altre reliquie come: ad una spada e al piatto che resse la testa di Giovanni Battista, all’interno del castello del  Monte della Salvezza.

Questi quattro oggetti magici hanno influenzato la nostra cultura italiano poiché sono riprodotti nei semi delle carte da gioco.

Questa tradizione degli oggetti magici ha radici molto antiche e profonde presenti in culture millenarie come quelle asiatiche nelle quali si raccontano leggende secondo cui degli angeli sarebbero scesi dal cielo e si sarebbero stabiliti nel deserto dove avrebbero rivelato agli uomini la loro cultura superiore.

Prima di scomparire per sempre essi avrebbero lasciato agli uomini quattro potentissimi talismani in grado di conferire poteri simili agli dei: una pietra, una spada, un calderone e una lancia.  Questi oggetti  sono presenti in quasi tutte le tradizioni. La pietra, ad esempio, potrebbe essere quella nera della Ka’ba, la spada potrebbe essere quella nella roccia, la coppa il Graal e la lancia forse quella di Longino.    

Come si è detto per sconfiggere il “Wastland” abbisogna trovare il Graal, ma che fine fece quest’oggetto dopo la morte di Gesù?

Per avere una risposta bisogna seguire la strada che fece la coppa nella sua millenaria storia.

Alla morte di Erode, Israele, fu divisa in un mosaico di staterelli, che solo nel 6 d. C. divennero Provincia romana, con tutti gli onori e oneri che ciò comportava.

Gli ebrei insofferenti all’allora stato di cose, insorsero, dapprima con piccole sommosse culminati, poi, in vere e proprie rivolte. Mentre la Galilea bruciava, Roma, inviò un poderoso esercito per domare questi fuochi atti a spezzare il giogo degli invasori; paese dopo paese, città dopo città la zona settentrionale della Galilea si arrese e l’esercito giunse fino alle mura di Gerusalemme dove, forse corrotto dagli insorti,  esso si fermò. Nonostante  queste vittorie, gli ebrei continuarono a lottare e così nel 66 d. C. il generale Vespasiano, futuro imperatore, fu incaricato di riportare la pace nella provincia.

Era il 68 d. C. quando le truppe del futuro imperatore si fermarono, a causa della morte di Nerone,  tornando a Roma. Nei diciotto mesi di tregua, gli ebrei non riuscirono a riorganizzare una resistenza duratura e così mentre Vespasiano fu incoronato imperatore suo figlio Tito partiva alla volta di Gerusalemme per riconquistarla.

L’assedio fu lungo e sanguinoso ma alla fine i romani ebbero ragione degli assediati e così entrarono trionfalmente in città dove si abbandonarono a ogni genere di violenza. Molti furono crocifissi sulle mura della città, le strade pullulavano di cadaveri appesi alle croci. Gerusalemme era un immenso pantano di sangue, dove si camminava immersi nel sangue fino alle ginocchia; il tempio fu profanato, derubato bruciato e infine raso al suolo, sulla cui terra fu buttato il sale.

Alcuni gruppi di persone appartenenti alla casta degli Zeloti si arroccarono nell’antica fortezza di Masada, essi resistettero per lungo tempo, finché, come narra una leggenda, una ragazza si innamorò di un soldato; essa, per amore, rivelò all’uomo dove erano i pozzi che alimentavano la città, i romani, allora, chiusero i pozzi e gli assediati furono costretti a arrendersi, ma per non subire l’onta della sconfitta si uccisero  tutti. I romani penetrarono nella cittadella e trovarono solo tanti cadaveri sparsi per la città.

Dopo aver domato la rivolta Tito fece erigere delle mura intorno al monte Golgotha e vi mise della terra intorno, quindi, lo fece spianare fino a trasformarlo in un pianoro, che conteneva al suo interno il Sepolcro con le spoglie mortali del Cristo. Non contento di ciò proibì il culto del cristianesimo e gli ebrei furono costretti a disperdersi per i quattro angoli del mondo.

Furono anni difficile per i cristiani e le loro tradizioni, queste infatti, furono affidate a sette segrete con a capo un vescovo di nome Marco.

Con l’avvento di Costantino sul trono, le cose cambiarono radicalmente; i cristiani uscirono dalla clandestinità e quando nel 314 divenne signore anche delle terre d’oriente, lui e sua madre Elena, rimasero affascinate dalle leggende che aleggiavano intorno al Santo Sepolcro. Così in breve tempo si iniziarono gli scavi per riportare alla luce questi tesori; si narra, che durante questi lavori, Elena avesse trovato un oggetto, forse una coppa, dove si raccolse il Sangue di Gesù.

A questo punto la storia del Graal si fa sempre più confusa e lacunosa; secondo alcune fonti esso finì in Bretannia, dopo che Roma fu depredata dai Visigoti nel 400 d. C. e pare che questa reliquia giaccia in fondo a un pozzo a pochi passi  dalla presunta tomba di un nobile cavaliere, forse re Artù.

Altre testimonianza parlano di un imperatore bizantino che nel I secolo d. C., dopo aver sottratto ai persiani alcune reliquie, forse anche il Santo Calice, esse siano state portate a Costantinopoli.

Alcune leggende affermano che a Costantinopoli vi fossero confluite tantissime reliquie sacre tra cui la Sindone, i Chiodi con cui Gesù fu crocifisso, alcune spine della Corona, di cui una oggi è a Vasto e naturalmente il Graal, che pare contenesse  la Sindone medesima.

Sembra che questi due oggetti abbiano seguito lo stesso cammino, ma queste sono solo supposizione; comunque il Santo Sudario, nel 1204, durante il sacco di Costantinopoli, da parte dei Templari, era qui e fu portata poi a Lirey in Francia da qui a Torino.

Alcuni affermano che la Coppa si troverebbe sepolta al centro della chiesa piemontese della “Gran Madre”; altre tesi sostengono che essa si trovi in una chiesa francese del paesino di Rennes Le Chateau; alcuni affermano che esso si trovi a Castel del Monte se non addirittura che questo edificio sia il Graal stesso; altre leggende dicono che il Graal si troverebbe a Lanciano; altri sostengono che la coppa magica si trovi a Bari in un posto indicato da una stilizzazione sul portale della chiesa di San Nicola, che per molti è egli il Graal medesimo, perché emana la “manna” che nutre e guarisce da ogni malattia.

Riassumendo siamo partiti dal concetto della sovrapposizione di Babbo Natale a San Nicola, che è detto anche il Santo dell’abbondanza, perché probabilmente possedeva una coppa magica, cioè il Graal, l’oggetto più amato, desiderato, agognato e cercato di tutta la storia dell’umanità!!

Per questo le spoglie di San Nicola furono alacremente cercate e trovate da alcuni emissari del Papa, che sperava di trovare qualcosa di più che un mucchio di ossa!!

Comunque sia esse vennero portate a Bari dove riposano ancora e quando i popoli che vivevano negli Abruzzi, vennero a contatto con quelli delle Puglie, attraverso la millenaria pratica della transumanza, iniziarono a venerare questo Santo.

A un certo punto le strade del Graal, di San Nicola e Babbo Natale, sembrano incrociarsi e sovrapporsi fino a quando di questa misteriosa e sacra coppa non si persero le tracce, del Santo di Bari e Pollutri non si ritrovarono le spoglie e di Babbo Natale non si fece un business!!!  

Ovviamente siamo nel campo delle leggende e a tutt’oggi è difficile dire dove finisce la storia e si entra nel mito, comunque la ricerca del Graal è un capitolo ancora aperto che forse non si chiuderà mai se non con l’estinzione dell’umanità, poiché esso può rappresentare l’eterna ricerca che l’uomo fin dagli albori della storia porta avanti, per trovare delle risposte ai molti quesiti che la vita e la storia gli pone davanti.

Il destino del Graalultima modifica: 2009-12-26T11:11:00+01:00da gocccedipioggia
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